Il jazz rock spirituale della Mahavishnu Orchestra
Musicisti di varie provenienze per una musica universale
Ho già scritto che in questo lavoro non ci occupiamo di jazz, ma che la svolta elettrica di Miles Davis del 1969/70 è quasi impossibile da trascurare per i suoi effetti sul rock. In quei dischi di Davis, il chitarrista era un giovane inglese che si era fatto le ossa nei circuiti del rock blues, suonando con Alexis Korner, Graham Bond, Brian Auger… Sbarcato negli USA con il gruppo di Tony Williams, venne notato da Davis che lo fece suonare in quattro dischi, e contemporaneamente iniziò una carriera solista contrassegnata da una forte spiritualità, dato che era diventato discepolo del guru Sri Chimnoy. Al momento di formare un gruppo, pensò che sin dal nome era bene chiarire: nacque la Mahavishnu Orchestra, che in realtà era un quintetto nel quale spiccavano il batterista panamense Billy Cobham, anche lui Davisiano, e il violinista Jerry Goodman, che si era fatto notare con il gruppo dei Flock. Straordinari virtuosi dei propri strumenti, i cinque riuscirono nella non comune impresa di coniugare il virtuosismo (davvero impressionante per l’epoca e non solo) con un ottima capacità compositiva: il risultato è questo disco in cui i pezzi eseguiti a mille all’ora come quello di apertura si affiancano a brani più “meditativi” come A lotus on Irish streams o You know, you know. Disco davvero bellissimo, non solo per i musicisti.
Curiosità: notoriamente Miles Davis era definito da alcuni un “razzista al contrario”, brutta espressione per dire che in realtà non amava jazzisti bianchi nel suo gruppo: li prendeva solo se straordinari come ad esempio Bill Evans. Il fatto che nel suo splendido Bitches Brew intitolò un pezzo John McLaughlin potrebbe chiarire ancor di più di chi stiamo parlando…
La rubrica 50 ANNI FA LA MUSICA
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