Vent’anni fa moriva Alberto Sordi. “Mio cugino non era un avaro”
Il 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa dell'attore per ricordarlo uscirà l'undicesima ristampa del libro "Alberto Sordi segreto" scritto da Igor Righetti per Rubettino
Il 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa dell’attore Alberto Sordi per ricordarlo uscirà l’undicesima ristampa del libro “Alberto Sordi segreto” pubblicato da Rubettino e scritto da suo cugino il giornalista Igor Righetti.
Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 2020 in occasione del centenario della nascita del grande attore e racconta la vita fuori dal set dell’Alberto nazionale. Tra i tanti luoghi comuni che il libro sfata c’è la leggenda dell’avarizia di Alberto Sordi.
«Questa leggenda sulla sua presunta avarizia – spiega Igor Righetti in una nota stampa – deriva dal fatto che nel momento dell’apice del suo successo ai tempi della Dolce vita, periodo in cui i divi si davano alla pazza gioia in via Veneto tra night, ristoranti alla moda e fiumi di champagne, lui non partecipava mai perché la sera studiava il copione e al mattino doveva alzarsi presto per stare sul set. In quel periodo Alberto ha realizzato anche dodici film all’anno, spesso girandoli contemporaneamente, passando da un set a un altro, quindi non aveva tempo da perdere. Mi raccontò, invece, che una giornalista mezza tacca e dotata di scarsa ironia, frequentatrice assidua dei party vip, scrisse che Alberto non frequentava gli incontri mondani, come facevano invece gli altri attori, perché era taccagno e non voleva spendere. Era molto orgoglioso di aver evitato il più possibile di farsi fotografare dai paparazzi a queste feste. Non ha mai smentito la sua presunta avarizia perché, geniale fino in fondo, divenuto ricco e famoso aveva capito che con quella fama nessuno lo avrebbe importunato. Ha alimentato lui stesso questa leggenda della taccagneria divertendosi a provocare e giocando sul suo attaccamento al denaro anche sfruttando il suo cognome (soldi in romanesco diventa “sordi”). L’ha cavalcata a suo favore interpretando il film ‘L’avaro‘. Era oculato e parsimonioso nelle spese, quello sì, ma non taccagno. Non era nato ricco, aveva anche vissuto la fame agli inizi della sua carriera e conosceva bene il valore del denaro».
E aggiunge Righetti: «Avrebbe potuto avere auto lussuose, ma non amava ostentare, così come non ha mai voluto fotografi nella sua villa romana. Anzi, sorrideva quando vedeva sui settimanali o in tv servizi fotografici realizzati nelle case di personaggi dello spettacolo in cui venivano immortalati nella camera da letto, nel bagno, in cucina o accanto al frigorifero aperto. Alberto, invece, ha fatto tanta beneficenza, ma sempre in silenzio. Ha pagato cure mediche per amici e colleghi in disgrazia, ha adottato a distanza molti bambini poveri, ha fatto tante donazioni a vari orfanotrofi, alla casa del barbone e alla casa dello studente. Ma anche la beneficenza la faceva senza sbandierarla, non si lasciava fotografare con le gigantografie degli assegni come fanno altri. Ha sempre fatto tutto in estrema riservatezza. Soltanto dopo la sua morte il pubblico è venuto a conoscenza delle sue numerose iniziative benefiche».
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