Il “territorio poroso” tra Varese e la Svizzera: un confine che ora unisce più che dividere
Parla Massimo Mastromarino, sindaco di Lavena Ponte Tresa: dal fenomeno del frontalierato al turismo della spesa, fino alla tassa sulla salute che rischia di incrinare decenni di cooperazione
“Territorio poroso“. È l’espressione che Massimo Mastromarino, sindaco di Lavena Ponte Tresa e presidente dell’Associazione dei Comuni di Frontiera, usa per descrivere quella fascia di terra e di lago che separa — e insieme unisce — la provincia di Varese con il Canton Ticino.
Un’immagine precisa che cattura l’essenza di un luogo dove il confine non è mai stato davvero un muro, ma piuttosto una membrana attraverso cui persone, merci, capitali e culture filtrano ogni giorno, in entrambe le direzioni.
Abbiamo incontrato Mastromarino per esplorare le mille sfaccettature di questa porosità: un fenomeno che ha radici storiche profonde, che si misura in decine di migliaia di lavoratori, e che oggi si trova di fronte a sfide nuove, tra accordi fiscali, tensioni politiche e la necessità di costruire politiche condivise per un territorio che non conosce davvero confini.
Una storia di scambi che viene da lontano
La porosità di questo territorio non è un fenomeno recente. “Nel corso degli anni si sono costruiti sempre più legami con il Canton Ticino”, spiega Mastromarino. “Inizialmente erano soprattutto legami di tipo economico: il vantaggio di essere cittadini italiani e andare a fare i frontalieri in Svizzera, il vantaggio di essere cittadini elvetici, con un cambio tra l’altro molto favorevole, per fare spese in Italia, i cosiddetti turisti della spesa. Ma nel tempo questa cosa è cresciuta. Si sono creati rapporti umani, sociali, culturali, storici“.
Rapporti che in realtà affondano le radici nella fine del Settecento, quando il Canton Ticino fu per molti italiani terra di rifugio e ospitalità. Mastromarino cita l’esperienza della tipografia Elvetica di Capolago, dove molti patrioti e intellettuali italiani perseguitati trovarono asilo e potevano pubblicare liberamente. Un precedente che dice molto sul carattere di questa frontiera.
Il momento in cui questa consapevolezza è diventata collettiva e urgente è stato però il Covid. “Quando si è cercato di non rendere più poroso questo territorio”, ricorda il sindaco, “credo che più che in altri momenti abbiamo preso consapevolezza di quale fosse l’importanza di tenere i rapporti tra le parti”.
I numeri del frontalierato
Il fenomeno più visibile e quantificabile di questa porosità è il frontalierato: quei lavoratori che ogni mattina attraversano il confine per andare a lavorare in Svizzera e ogni sera tornano a casa. I numeri sono imponenti. “Al 2024, i frontalieri nella fascia di confine — da zero a venti chilometri — sono circa settantacinquemila”, spiega Mastromarino. “Il novanta per cento risiede in Lombardia, con la stragrande maggioranza nelle province di Varese e Como.” A questi si aggiungono circa diecimila lavoratori che abitano oltre i venti chilometri dal confine: un numero crescente di frontalieri che provengono anche dal Milanese, disposti a percorrere quaranta o sessanta minuti pur di accedere ai salari svizzeri.
Il motivo è semplice, e il sindaco lo illustra con un esempio diretto: “Il cambio oggi è uno a uno virgola zero nove. Vuol dire che tremila franchi diventano tremilacento euro. E il valore dei salari in Svizzera è molto più elevato di quelli italiani”.

Esiste anche un frontalierato inverso, meno conosciuto ma significativo: si stima che nella sola area tra Varese e Como ci siano circa cinquecento cittadini svizzeri che lavorano in Italia. Un dato destinato a diventare più preciso nei prossimi anni, grazie al nuovo accordo fiscale entrato in vigore nel luglio 2023, che per la prima volta impone uno scambio sistematico di informazioni tra i due Stati.
Redditi invisibili e mappe distorte
Il frontalierato produce un effetto statistico paradossale, che chi legge le classifiche dei redditi comunali fatica a interpretare. Mastromarino lo spiega con pazienza: “Il mio comune ha millecinquecento o milleottocento abitanti e milletrecento frontalieri, che hanno reddito pari a zero nelle dichiarazioni italiane. Milletrecento su una platea di contribuenti di tremila e cinquecento persone significa che il reddito sulla fascia di confine viene dimezzato. Quel valore che appare nelle statistiche deve essere moltiplicato almeno per due.”
Il risultato è che i comuni di confine appaiono nelle mappe del reddito come zone depresse, quasi fossero le aree più povere della provincia, quando in realtà è esattamente il contrario. Una distorsione che chi fa informazione su questi territori è chiamato a tenere sempre presente.
Il turismo della spesa e i cinque supermercati
Se migliaia di italiani attraversano il confine ogni mattina per lavorare, altrettanti svizzeri lo attraversano per fare acquisti. Il cambio favorevole trasforma la fascia di confine italiana in una meta commerciale di primo piano. “Lavena Ponte Tresa ha seimila abitanti e ha cinque supermercati“, dice Mastromarino, e il dato da solo racconta tutto. “Se un chilo di carne in Italia costa trenta euro e in Svizzera ottanta franchi, conviene venire in Italia. Un caffè da noi costa un euro e venti, in Canton Ticino può costare due franchi e quaranta, il doppio”.
Questo ha generato un ecosistema commerciale peculiare, che va ben oltre i supermercati: parrucchieri, estetisti, ristoranti — soprattutto di cucina orientale — popolano la fascia di confine attraendo clienti elvetici. “Se venite a Lavena Ponte Tresa la sera, vedete moltissime macchine targhe Ticino”, racconta il sindaco. “Oppure quando arriva il trenino da Lugano alla stazione di Ponte Tresa svizzera, ragazzi scendono a piedi e raggiungono i ristoranti sulla fascia di confine per il sushi, per la cucina cinese”.
Proprio in questo contesto si inserisce un fenomeno interessante: la comunità cinese di Lavena Ponte Tresa conta oltre duecento residenti, una presenza sproporzionata rispetto alle dimensioni del comune, spiegabile con la capacità di questa comunità di intercettare rapidamente le opportunità economiche offerte dalla porosità del confine. Mastromarino riconosce il dinamismo imprenditoriale, pur sottolineando la necessità di controlli quando la concorrenza non è leale: “Va bene la concorrenza, ma deve essere leale.”
La notte in cui i topi diventarono formiche
Per anni, parte del discorso politico svizzero ha rappresentato i frontalieri italiani con immagini poco lusinghiere — topi che vengono a rubare il formaggio elvetico, secondo uno slogan che ha circolato a lungo. Poi è arrivato il Covid, e tutto è cambiato.
“Nella notte tra il sette e l’otto marzo del 2020, quando la prima ipotesi del governo italiano era Lombardia zona rossa e confine chiuso, ci fu una telefonata del ministro degli esteri svizzero Cassis al nostro ministro Di Maio”, racconta Mastromarino. Il motivo era semplice e dirompente: in Canton Ticino lavoravano 4.500 frontalieri nella sola sanità. Chiudere il confine significava mettere in ginocchio gli ospedali ticinesi.
“Lì si è capito che non c’erano toppolini sul confine, ma formichine, che erano fondamentali. Quella frontiera chiusa faceva male a tutti e due: a noi e a loro.” Da quel momento, la retorica ostile si è attenuata significativamente. Non è scomparsa del tutto — qualcuno la usa ancora come slogan — “ma prende sempre meno”, osserva il sindaco.
La tassa sulla salute e il rischio di rompere il patto
Il presente porta con sé una nuova tensione. Con la legge di bilancio 2024, il governo italiano ha introdotto un contributo sanitario a carico dei cosiddetti “vecchi frontalieri” — quelli che pagano le imposte solo in Svizzera — che non si avvalgano delle casse malati elvetiche. Una misura che ha scatenato proteste da parte dei lavoratori, dei sindacati e, significativamente, dello stesso Canton Ticino.
Mastromarino non nega che ci sia una logica nella richiesta: “È ragionevole che Regione Lombardia dica: mi aspetto che il frontaliere contribuisca al sistema sanitario di cui ha beneficio.” Il problema è di metodo e di tempistica. “Ci abbiamo impiegato dieci anni per scrivere un accordo fiscale. Questo accordo è entrato in vigore il diciassette luglio del 2023. Solo quattro mesi dopo, con la legge di bilancio, si cambiavano le regole. Non si può fare un patto e dopo soli quattro mesi cambiarlo”.
Le conseguenze rischiano di essere concrete: il costo del lavoro per le imprese ticinesi aumenta, i frontalieri chiedono salari più alti per compensare, il Canton Ticino — in competizione con altri cantoni svizzeri — si trova in una posizione difficile. “Questo modo di procedere è perdente”, dice netto il sindaco. “È perdente per tutti.”
Il futuro di un distretto senza confini
Come si immagina il futuro di questo territorio poroso? Mastromarino allarga la prospettiva e propone una visione ambiziosa: smettere di pensare ai comuni di confine come periferie di rispettivi sistemi nazionali e cominciare a considerare quest’area — da Como e Varese fino a Lugano, Locarno e Bellinzona — come un distretto integrato, in competizione con altri grandi distretti europei.
“O noi riusciamo a costruire politiche condivise per questo territorio, o rischiamo di soccombere. La concorrenza con altri territori è oggi spietata.” Non è una questione di quanti frontalieri ci saranno domani, di demografia o di tassi di cambio. È una questione più profonda: riuscire a trasformare la porosità spontanea e storicamente stratificata di questo confine in una strategia consapevole e condivisa. “Questa porosità è diventata una ricchezza”, conclude Mastromarino. “Il tema è fare sì che continui ad essere tale.”
Un obiettivo che richiede tavoli bilaterali, accordi rispettati, visione comune. E forse, soprattutto, la consapevolezza che un confine che filtra — come una membrana, non come un muro — vale molto di più di uno che divide.
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