Dalla banca al capitale, il percorso necessario per far crescere le imprese
Dal Festival della finanza per l'economia reale organizzato dall'università Liuc emerge la necessità di superare il modello bancocentrico e rafforzare il ruolo dei mercati per sostenere sviluppo, innovazione e passaggi generazionali
La seconda giornata del Festival della finanza per l’economia reale, promosso dalla Liuc – Università Cattaneo insieme a Aifi, Confindustria Varese e alla testata “Investire”, ha trasformato il centro di Milano in un laboratorio diffuso. Sei incontri paralleli – tra M&A, private equity, private debt, venture capital, smart cities e asset management e private capital- hanno attraversato la città, restituendo un messaggio netto. La finanza non è più solo supporto, ma una leva decisiva per la crescita delle imprese. A colpire, ancora prima dei contenuti, è stata l’organizzazione.
L’ateneo di Castellanza ha comunque vinto la sua sfida più importante coinvolgendo direttamente gli studenti nei panel e nella gestione operativa dell’evento.
LA PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ
Nel panel su M&A e quotazione, ospitato da Equita, si sono confrontati Marcello Daverio (Equita), Giorgia De Giorgi (Jp Morgan), Paolo Gerardini (Assolombarda), Vittorio Iacovoni (Liuc), con la moderazione di Marco Fumagalli (Liuc).
Dal dibattito è emerso un dato che racconta bene il posizionamento italiano. Il Paese rappresenta circa il 2% del Pil mondiale, ma solo lo 0,8% della capitalizzazione. Un divario che evidenzia ritardi strutturali e al contempo ampi margini di crescita. La quotazione viene letta come uno strumento che va ben oltre la raccolta di capitali. Significa rafforzare la reputazione, migliorare l’accesso al credito, utilizzare le azioni per operazioni di acquisizione e facilitare il passaggio generazionale.
Eppure, per molti imprenditori italiani resta un passaggio difficile. Alla base c’è una questione culturale. L’impresa è spesso percepita come un’estensione personale dell’imprenditore e aprire il capitale viene vissuto come una perdita di controllo, se non di identità. Da qui la resistenza diffusa tra le PMI. Le crisi degli ultimi anni, tuttavia, stanno cambiando il quadro. Tra inflazione, tassi e incertezza geopolitica, anche gli imprenditori più restii iniziano a considerare l’ingresso di investitori come una leva per rafforzarsi e crescere.

PRIVATE DEBT, IL VANTAGGIO DELLA FLESSIBILITÀ
Nella sede di CDP, il panel sul private debt ha riunito Vincenzo Paolo Carbonara (Cdp), Danilo Dragone (Sella Investment Banking), Alessandro Fosco Fagotto (Dentons), Alessio Formoso (Liuc), moderati da Luigi Vena (Liuc).
Il quadro che è emerso è quello di un mercato ancora giovane. Negli ultimi dieci anni il credito bancario alle Pmi si è ridotto in modo significativo senza che la finanza alternativa riuscisse a compensare il calo. In questo contesto, il private debt si afferma come uno strumento complementare, in grado di sostenere investimenti e piani di crescita, soprattutto per le imprese di dimensioni medio-piccole. Rispetto al credito tradizionale, cambia l’approccio. Più flessibilità, tempi più rapidi e una maggiore disponibilità ad assumere rischio si traducono in soluzioni finanziarie più aderenti ai bisogni delle aziende. A fronte di questo, i rendimenti sono più elevati e le strutture più articolate. Un ruolo chiave è giocato dagli operatori pubblici, chiamati a colmare i vuoti di mercato, mobilitare risorse private e accompagnare le imprese in un percorso di maggiore familiarità con i mercati dei capitali.

VENTURE CAPITAL E TRASFERIMENTO TECNOLOGICO
Il confronto sul venture capital, ospitato da Intesa Sanpaolo, ha visto la partecipazione di Paola Angeletti (Intesa Sanpaolo), Luca Pagetti (Intesa Sanpaolo Innovation Center), Alessandro Soprano (Kpmg), Francesco Rebasti (Liuc), Claudia Pingue (Cdp Venture Capital), con la moderazione di Giovanni Fusaro (Aifi – Liuc). L’ecosistema italiano appare in crescita, ma resta distante dai principali benchmark europei. Il problema non è tanto la nascita delle startup quanto la loro capacità di scalare e attrarre capitali nelle fasi più avanzate.
In questo scenario, il venture capital si conferma uno strumento centrale per indirizzare risorse verso l’economia reale e sostenere l’innovazione. Il trasferimento tecnologico assume un ruolo strategico, mettendo in connessione università, ricerca e mercato. A questo si affianca la necessità di attrarre capitali privati e internazionali, elemento decisivo per colmare il gap dimensionale.
Un altro tema emerso con forza riguarda le nuove generazioni. La formazione imprenditoriale e la capacità di muoversi tra finanza e innovazione diventano fattori chiave per costruire un ecosistema più dinamico.
CRESCE LA CONSAPEVOLEZZA
Il quadro complessivo che emerge dalla giornata è quello di un sistema ancora fortemente bancocentrico, con imprese di piccola dimensione e spesso poco inclini ad aprirsi al mercato. Allo stesso tempo cresce la consapevolezza che senza un’evoluzione del sistema finanziario sarà difficile sostenere investimenti, innovazione e passaggi generazionali.
«Se il sistema finanziario non è efficiente, non lo è neanche quello industriale e quindi l’economia reale», ha osservato lo studente Vittorio Iacovoni (Liuc), sintetizzando il senso dell’intero festival
Il patto necessario tra finanza e imprese: nasce il Festival della finanza per l’economia reale
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