Il professore che a Mosca ascoltava Putin viene a Varese spiegarci la guerra
Ci chiediamo che gusto si provi a dare spazio a chi veicola sistematicamente i contenuti e le narrative della propaganda di uno Stato che ha invaso un Paese sovrano
A Varese arriva il professor Angelo D’Orsi, ospite di un incontro pubblico organizzato da Giuseppe Musolino, presidente dell’associazione Unaltrastoria Varese. Prima di entrare nel merito, una precisazione che ci sembra doverosa: VareseNews non censura e abbiamo regolarmente pubblicato la notizia dell’evento. Sia detto anche perché la lamentela sulla censura è uno strumento che D’Orsi usa con sistematica abilità per amplificare la propria visibilità: ogni contestazione, ogni mancato invito, ogni critica diventa immediatamente la prova di un regime liberticida. Un meccanismo rodato, che non intendiamo alimentare.
Quello che ci chiediamo, però, è altro.
Ci chiediamo che gusto si provi a dare spazio, in modo così sfacciato, a chi ha sistematicamente veicolato i contenuti e le narrative della propaganda di uno Stato che ha invaso un Paese sovrano, che pratica lo sterminio sistematico di civili nelle terre ucraine, e il cui presidente è destinatario di un mandato d’arresto internazionale della Corte Penale Internazionale per la deportazione illegale di bambini ucraini.
Ci chiediamo come si possa con orgoglio ospitare chi rilancia i contenuti di Russia Today, emittente nei confronti della quale l’Unione Europea ha adottato sanzioni formali già nel marzo 2022 proprio perché strumento di disinformazione sistematica al servizio del Cremlino.
Per capire di chi stiamo parlando, basta ripercorrere le tappe recenti.
A settembre 2025 il professor D’Orsi ha partecipato al festival RT.Doc a Minsk, in Bielorussia, organizzato dalla stessa emittente sanzionata. Un mese dopo, il 17 ottobre 2025, volò a Mosca per la serata di gala del ventesimo anniversario di Russia Today, alla presenza di Vladimir Putin. Tornò entusiasta, descrivendo Putin nell’atto di tenere “un discorso di alto profilo” collegando RT alla “lotta per l’emancipazione dei popoli”. RT, scrive con ammirazione, “svolge da vent’anni un encomiabile lavoro di informazione”. Intervistato dalla TV russa di Soloviev, definisce i leader europei “eredi, anche sul piano biologico, di nazisti e fascisti”: non una sua analisi originale, ma la riformulazione quasi letterale della retorica putiniana sulla “denazificazione”.
Sullo sfondo di tutto questo si colloca l’evento dello scorso fine settimana. L’11 e 12 aprile, in provincia di Bologna, si è tenuto il festival internazionale di cinema documentario RT.Doc “Il tempo dei nostri eroi”. D’Orsi era tra i relatori di punta. Tra il pubblico presente c’erano persone che sfoggiavano con evidente orgoglio la maglietta con la Z, il simbolo adottato dall’esercito invasore di Putin come segno di riconoscimento durante i bombardamenti sull’Ucraina (fotografate e rilanciate sui suoi stessi social dal professore come l’immagine che vedete in copertina di questo articolo).
In quel contesto, su quel palco, è stata cantata Bella Ciao.
Bella Ciao. L’inno della Resistenza partigiana, cantato a un festival dell’emittente di propaganda di uno Stato che ha invaso, bombarda e deporta. Una profanazione che lascia senza parole, se non per una proposta: nel caso in cui si volesse riproporre lo stesso momento a Varese, per coerenza, si cambi il testo:
“Una mattina, mi son svegliato / e ho applaudito l’invasor.”
Torniamo quindi alla domanda iniziale, che non è retorica. Secondo quanto riportato dall’organizzatore, l’evento varesino si terrebbe con il sostegno del Comitato Varesino per la Palestina, del Movimento Cinque Stelle locale, e di altre forze della sinistra cittadina tra cui PCI e PRC. È così? Se confermato, sarebbe una circostanza che queste realtà devono sentire l’obbligo di spiegare ai propri elettori e simpatizzanti.
Nessuno mette in discussione il diritto di D’Orsi di esprimere le proprie opinioni, né il diritto di chiunque di invitarlo. Ciò che chiediamo è che si abbia la franchezza di chiamare le cose con il loro nome. Non è una questione di “censura” o di “libero dibattito”: è una questione di responsabilità verso la verità, verso chi muore sotto le bombe, e verso il significato delle parole che si usano.
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