Da Viggiù alla vetta del Kilimanjaro: la sfida personale di un 33enne in 20 ore di cammino
Dopo una spedizione portata a buon fine nel 2025 tornerà in Tanzania per un nuovo tentativo: stavolta con l'obiettivo di completare la salita in venti ore
Alessandro Lipari ha 33 anni, vive a Viggiù e lavora. Non è un alpinista professionista. Eppure nel 2025 ha raggiunto la vetta del Kilimanjaro, 5.895 metri, il tetto dell’Africa, in ventiquattro ore di cammino continuo, senza soste prolungate e senza il periodo di acclimatamento che quasi tutti gli esperti raccomandano. Lo ha fatto insieme a un compagno, su tredici partecipanti partiti insieme.
La spedizione era composta da italiani e francesi, con una guida locale al seguito. L’obiettivo era ambizioso fin dall’inizio: salire senza acclimatamento, affrontando in un’unica giornata circa quattromila metri di dislivello e trentacinque chilometri di percorso. La partenza era fissata alle tredici. Da quel momento, il gruppo ha cominciato a sfaldarsi lentamente, ora dopo ora, con l’altitudine e la fatica che facevano da filtro naturale. Si sono fermati in undici. Tra loro, anche una delle guide locali con centinaia di ascese all’attivo.
«Con il passare delle ore», racconta Alessandro che si prepara a lanciare una nuova sfida personale, «molti partecipanti si sono fermati lungo il tragitto. Anche una delle guide locali, con centinaia di ascese alle spalle, ha provato a proseguire ma ha dovuto interrompere la salita.»
Lui e un compagno hanno continuato. Ventiquattro ore dopo la partenza, erano in vetta. «Un misto di lucidità, fatica e consapevolezza», lo definisce Alessandro. «Un momento in cui diventa chiaro quanto il limite sia spesso più mentale che reale».
L’impresa non è un record — i più veloci in assoluto, atleti d’élite come lo skyrunner catalano Kilian Jornet, percorrono la salita e discesa in meno di otto ore — ma per una persona comune è comunque fuori dalla norma. Le scalate turistiche standard durano dai cinque ai nove giorni, proprio per dare al corpo il tempo di adattarsi all’altitudine.
Scalare senza acclimatamento: i rischi reali
Salire velocemente e senza acclimatamento al Kilimanjaro non è solo una sfida atletica: comporta rischi concreti per la salute. Il problema principale è il mal di montagna acuto (AMS), che può comparire già sopra i 2.500-3.000 metri e si manifesta con mal di testa, nausea, affaticamento e difficoltà respiratorie. Nelle forme più gravi — edema polmonare o edema cerebrale d’alta quota — può diventare pericoloso per la vita.
Il Kilimanjaro, nonostante la sua accessibilità tecnica (non richiede attrezzatura alpinistica specializzata né competenze di arrampicata), è una montagna che non perdona la sottovalutazione dell’altitudine. Causa in media una dozzina di vittime l’anno, quasi sempre per problemi legati alla quota.
Il prossimo obiettivo: venti ore
L’avventura non si è chiusa con la vetta. Nell’ottobre del 2026, Alessandro tornerà in Tanzania per un nuovo tentativo: stavolta con l’obiettivo di completare la salita in venti ore, quattro meno del 2025. Una sfida personale, precisa, quasi da atleta che si cronometra. Dalla provincia di Varese al tetto dell’Africa, con un orologio in mano.
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