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«Per aiutare l’Africa a salvarsi e a camminare con le proprie gambe c’è ancora molto da fare. Come ha detto padre Comboni "tutti devono impegnarsi per la missione, qui non c’è disoccupazione"». Padre Stefano ha 30 anni ed è il responsabile dei Giovani di Impegno Missionario dei Missionari Comboniani di Venegono Superiore, sede che svolge un’importante ruolo di divulgazione della "missione" nella nostra provincia. Padre Stefano è tornato domenica sera tardi da Roma, dove, nella mattinata, padre Daniele Comboni è stato nominato Santo da Papa. «È stata come una festa, ma solo per il momento che stavamo vivendo – spiega Padre Stefano -. Questa santificazione per noi è più che altro un impegno a proseguire su questa strada, a rinnovare la missione».
Cosa intende per "missione"? «Padre Comboni è stato il primo a teorizzare che l’Africa deve salvare l’Africa, oltre un secolo e mezzo fa. La schiavitù doveva finire e lui si è battuto tutta la vita per questo scopo, perché gli africani riuscissero a "salvarsi"».
Ed oggi com’è la situazione? «Il colonialismo è finito politicamente, ma è rimasto economicamente. Le guerre che ci sono oggi in Africa fanno comodo a molti ricchi del posto e anche a molti occidentali. Ma distruggono quelle terre che, per il continente, sono molto ricche. Aveva pienamente ragione il Papa domenica, durante la santificazione, quando ha detto che l’indifferenza della comunità internazionale deve finire».
Come avete vissuto la giornata di domenica con la santificazione? «Come un evento di ringraziamento, capire qualcuno che è stato un profeta. Padre Daniele Comboni ha insegnato ad andare tra la gente. Lui che ha girato il mondo per far conoscere i problemi dell’Africa».
In cosa consiste il vostro supporto in Italia? «In aiuti e denunce. Bisogna far conoscere questa realtà esattamente come decenni fa fece Padre Comboni. Lo facciamo con diverse iniziative come il giubileo degli oppressi nel 2000, la carovana della pace nel 2002. Nel nostro piccolo lo facciamo con il presepe che quest’anno avrà come tematica l’immigrazione, ovvero Gesù rifiutato e non accolto dalla sua comunità».
Cosa ruota intorno alla realtà venegonese dei Missionari Comboniani? «C’è il gruppo dei noviziati, che oggi conta 13 persone, c’è l’animazione nelle parrocchie e poi gli appuntamenti mensili con del Gruppo di Impegno Missionario. Si tratta di Incontri rivolti principalmente a Giovani tra i 18 e i 30 anni e basati molto sul passaparola. Inoltre siamo in contatto con molte realtà della zona alle quali offriamo spesso i nostri spazi. Realtà di solidarietà come la Rete Lilliput o i Gruppi di Acquisto Solidale».
Com’è la situazione nel Varesotto nel campo della solidarietà? «C’è tanta gente che ha voglia di impegnarsi e lo fa facendo con poco rumore. Ci sono molte realtà che probabilmente avrebbero bisogno di maggiore visibilità per essere conosciute. Oggi invece l’informazione preferisce andare in un altra direzione: non vengono più date notizie, ma vendute notizie».
Se qualcuno vuole avvicinarsi al mondo missionario, come può fare? «Può venire da noi. Non vi sono solo padri, laici consacrati, novizi o la comunità delle suore. C’è spazio anche per persone che vogliano dedicare la propria vita alla missione, sia in Italia che all’estero. Quest’estate, per i ragazzi, abbiamo realizzato due campi di lavoro, uno ad Arezzo con la Caritas e l’altro a Rotello, un paese vicino a San Giuliano. Offriamo ai giovani la possibilità di utilizzare le proprie vacanze per un altro scopo. L’altra possibilità è all’estero, dove ci sono campi missione in Congo, Uganda e Perù. Chiunque può seguire un percorso formativo da noi e poi provare le "propria" vita in Africa per un determinato periodo».
E poi? «E poi ognuno è libero di decidere delle propria vita, quale strada percorrere e quale missione intraprendere. La nostra è a sfondo religioso. Noi offriamo la possibilità di impegnarsi in questo mondo, di viverlo».
Perché lei ha scelto proprio i missionari comboniani per la propria missione? «Alcuni missionari comboniani erano amici di famiglia. Ho iniziato a conoscere bene questa realtà. Poi ho deciso di proseguire su questa strada per seguire le orme di un uomo che ha concretizzato i propri pensieri, dando voce a chi non ha voce e facendo causa comune con loro».
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