Il racconto di Luciano De Crescenzo

La prima volta dello scrittore in una casa chiusa

Sono diventato maggiorenne prima che chiudessero le case di tolleranza e, siccome mi sono deciso a raccontare tutta la verità, confesserò anche di averle frequentate. Sia chiaro però che non ne sono mai stato un cliente abituale, anzi, al contrario, posso vantarmi di esserci andato solo in alcune occasioni e non necessariamente per motivi di sesso.
Cominciai che avevo sedici anni, molta fame e nessuna possibilità di chiedere soldi a casa. Fu un mio compagno di liceo, tale Criscuolo, detto Sciabbolone, a introdurmi nel business degli alcolici.
" Tu adesso vieni con me da zì Alfonso. Io ci parlo, ti presento, dico che sei un mio compagno di scuola, e ti faccio vedere che quello dà le bottiglie pure a te."
" Ma è veramente tuo zio? " chiesi io per tranquillizzarmi.
"Per amor di Dio! " rispose Sciabbolone con una smorfia di disgusto. " Tutti quanti lo chiamano zì Alfonso, ma lui non è zio a nessuno. Prima faceva il sacrestano nella chiesa di San Domenico Maggiore, poi lo cacciarono perché si. arrubbava i soldi da dentro le cassette. Così ora si è messo nei liquori: fabbrica whisky scozzese a Casavatore. Il lavoro è semplice: noi portiamo le bottiglie nei casini e lui ci dà dieci lire a bottiglia".

Il lavoro non era semplice per niente, se non altro perché si correva il rischio di farsi beccare dagli MP americani e di finire in galera per vendita di prodotti adulterati.

Zì Alfonso era un ibrido, a metà tra il prete e il camorrista: aveva gli occhiali di chi ha passato tutta la vita tra i libri e la voce rauca di uno scaricatore di porto. Mentre in certi momenti sembrava pieno di apprensione per la nostra moralità, un minuto dopo non esitava a minacciarci di morte se solo gli avessimo fregato una lira.

"Guagliu’, mi raccomando: quando andate nei casini non vi guardate mai attorno. Fatevi il segno della croce, tenete gli occhi bassi e consegnate le bottiglie alla maitresse. Regola numero uno: non lasciate le bottiglie se prima non vi hanno pagato. Regola numero due: ricordatevi dei prezzi: novecento lire la cassetta di whisky e settecentottanta lire quella di gin! Regola numero tre: non dimenticate i vuoti. Regola numero quattro: non guardate le puttane ma guardate i soldi. Se i conti non tornano sono mazzate! Regola numero cinque: non bevete l’old scotch di zì Alfonso perché è veleno! Basta un sorso e si muore sul colpo! "

Da quel giorno cominciai a contare gli anni, i mesi e le ore che mi separavano dalla data del diciottesimo compleanno. Filuccio c’era stato la prima volta a sedici anni: pare che avesse corretto la data di nascita con la scolorina e che nessuno se ne fosse accorto. Bisogna dire però che Filuccio già si radeva e che era più alto di me di almeno un palmo. Io poi avrei avuto troppa paura a presentarmi con un documento falso: sfortunato come sono mi avrebbero beccato al primo tentativo. Mi era stato detto che, se fossi stato scoperto, la polizia avrebbe informato immediatamente mio padre e a quel punto tanto valeva suicidarsi prima.

" Si, ma adesso comincia. "

" Secondo me, stai nel pallone " replicò lui, più cattivo che mai. " Ti sei pisciato addosso e hai pensato che stesse piovendo! "

Una risata generale sancì il mio scorno.

Il 98 aveva un complicato sistema di porte a vetri smerigliati che impediva a quelli che entravano di vedere quelli che stavano uscendo. Ovviamente mi confusi e imboccai la porta sbagliata, quella dove stava scritto " uscita ". Una vecchia sdentata mi bloccò al volo:

" Giovane, avete sbagliato porta: se trase a chell’ata parte!"

L’ombrello era proibito: mi obbligarono a depositarlo al guardaroba. Poi mi chiesero i documenti: li mostrai tremando. Qualcuno mi disse: " sedetevi! " e io ubbidii prontamente, senza nemmeno avere il coraggio di alzare gli occhi dal pavimento. Provai molta invidia per Nuzzo che invece salutava un po’ tutti: la guardarobiera, i clienti e le signorine.

La puttana era brutta e antipatica, ma non fui io a scegliere lei, bensì lei a scegliere me. A dir la verità, ce ne sarebbe stata una, seduta in un angolo, che mi piaceva; anche perché era più giovane e più piccola di statura. Stavo li li per farle un cenno d’intesa, quando quella brutta mi prese per la manica della giacca e mi costrinse a seguirla.

" Paga la marchetta e vienimi appresso! " mi ordinò e si avviò per le scale.

Sentii la voce di Filuccio che mi lanciava un " vai! " d’incoraggiamento. Tirai fuori dalla tasca le cento lire, ormai rese collose dal sudore, e le consegnai come in trance nelle mani di una Crudelia de Mont che stava alla cassa.

Chissà perché quando si pensa ai casini le prime immagini che vengono in mente sono il sedere delle puttane che salgono le scale e le mattonelle con l’orlo blu lungo il corridoio.

" Togliti i pantaloni! "

Me li tolsi e lei, dopo un rapido sopralluogo per vedere se avessi avuto piattole o altri insetti

prese uno spruzzatore di FLIT e mi stantuffò tra le gambe una fredda nuvola di disinfettante.

Le residue speranze di una già improbabile erezione svanirono di colpo.

" Aeh! " ridacchiò la megera. " E arrivato Rodolfo Valentino! Meglio accuss(, tenevo proprio‘e ‘nu minuto ‘e np oso! Adesso bell’e mammà, tu ti vesti un’altra volta e aspetti dieci minuti buono buono, bisogno seduto sopra al letto: senza rompere ‘o cazzo. Anche perché io mi debbo cucire la camicetta che si è scusuta.

E non dire niente abbasso ca si no ti sputtano davanti a tutti gli amici e dico ca sì ricchione e ca nunn ‘arnzzi! "’

Quando uscii di nuovo all’aperto mi venne da vomitare. Gli amici mi chiesero com’era andata e io mi rifiutai di parlare.

" Va buò, "

Mi dimenticai pure l’ombrello di papà.

Arrivarono i diciotto anni e con essi la tanto sospirata iniziazione. Ketty ormai, con le " quindicine " che andavano e venivano, chissà dove era andata a finire. Forse chiedendo in giro, avrei anche potuto scovarla: magari aveva smesso di lavorare e si era sposata…

Scortato dagli amici più anziani, mi presentai al 98, unico casino napoletano ancora off limits per gli americani. Era una giornata funerea: non pioveva, ma c’era nell’aria un cupo presagio di temporale. Non che avessi paura di bagnarmi (mi ero portato l’ombrello di papà), ma per un giorno così Importante avrei preferito una tiepida sera d’estate. Detti uno sguardo al cielo ed ebbi l’impressione che tutte le nuvole di Napoli si fossero date appuntamento in via Nardones: più m’inoltravo nel vicolo e più loro si abbassavano per potermi deprimere. Vuoi vedere, pensai, che proprio oggi c’è la fine del mondo. Sarebbe stato il massimo della sfortuna: colto in flagrante mentre andavo a puttane! Mi avrebbero spedito all’inferno, senza nemmeno farmi passare per il Giudizio Universale.

" Sta per venire una tropea, " sussurrai " forse è meglio se torniamo domani. "

" E a te che te ne importa se piove, " sghignazzò Nuzzo Neri " mica devi fottere all’aperto! "

Non fiatai, anche perché un tuono apocalittico mi fece ammutolire. I vetri di via Nardones cominciarono a tremare come se fossero stati presi dal panico. Strinsi tra le dita le cento lire della marchetta (dieci banconote quadrate da dieci amlire, faticosamente accumulate negli ultimi tre mesi) e istintivamente pensai a don Attanasio, a San Sebastiano e a mio padre. Mi consolai pensando che tanto non mi avrebbero fatto entrare.

Aprii l’ombrello.

" Ma che fai? " disse Nuzzo. " Apri l’ombrello quando non piove?"

" Ma gli americani se lo bevono!" obiettavamo noi.

"Si, ma a loro non succede niente perché non sono cristiani! "

Noi, malgrado le regole di zì Alfonso, guardavamo, eccome! Una volta, con la scusa di portare il whisky in cucina, attraversai tutto il casino. Su un divano c’erano tre soldati americani, fra cui un sergente di colore, che stavano aspettando le " segnorine ". Nel corridoio incontrai una donna enorme, in vestaglia arabescata, che cantava " Sola me ne vo per la città ". Aveva le cosce scoperte e la mutanda di pizzo nero che s’intravedeva a ogni svolazzo della vestaglia. In cucina ce n’era un’altra che si stava facendo un caffè: si chiamava Ketty. Era molto più carina di quella del corridoio e aveva i capelli alla maschietta. Mi guardò mentre scaricavo le bottiglie e disse:

"Quant’è bello stu piccirillo! Quase quase m’o facesse! "

Ketty, la " segnorina " con i capelli alla maschietta, entrò nel mio immaginario erotico per rimanervi a lungo. Me la sognavo a occhi aperti, con quella sua bocca rossa e lo sguardo invitante. Non pensavo tanto all’atto sessuale, quanto ad abbracciarle il seno e a farmi coccolare. Mi vedevo ricco e famoso (perfino con l’Isotta Fraschini) che andavo a trovarla con la sicurezza dell’habitué. Avrei detto " Dite a Ketty che sto qua " e le avrei regalato un anello di brillanti.

E fu questo il primo complimento che ebbi da una donna.disse Nuzzo Neri, volendomi consolare " hai fatto sub ‘na figura ‘e merda! "

tratto da: Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, Mondadori, 1989

Tutti gli eventi

di febbraio  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 29 Novembre 2005
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.