“Colletti bianchi di tutto il mondo, unitevi!”
Corinne Maier accompagnata da Ferruccio De Bortoli ha presentato a Milano il suo Buongiorno pigrizia
"Colletti bianchi di tutto il mondo, unitevi!". E’ questo il grido di battaglia che lancia Corinne Maier nel suo "Buongiorno pigrizia", presentato ieri alla libreria Feltrinelli di Milano dall’autrice, accompagnata da Ferruccio De Bortoli.
Nel suo pamphlet, sottotitolato "come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile", la Maier esamina il mondo del lavoro, giungendo a conclusioni quantomeno provocatorie: il lavoro salariato è la moderna condizione di schiavitù, e siccome è inutile cercare di cambiare il sistema, tanto vale adattarsi e lavorare "il meno possibile". Per farlo, l’autrice consiglia di scegliere le imprese più grandi e, in esse, i posti più inutili: la massima aspirazione del quadro dev’essere quindi quella di farsi "armadizzare", di restare nell’ombra e comportarsi da parassiti.
Il direttore del "Sole" ha subito preso le distanze dalla posizione di Corinne Maier, pur riconoscendo al libro il merito di far riflettere su alcune tematiche controverse: il ruolo della "cultura d’impresa" che è utile al management per far crescere il senso di appartenenza all’azienda, ma che diventa un arcaismo che ostacola il cambiamento non appena le cose si mettono male; il paradosso di nazioni sempre più anziane che considerano inutili gli ultracinquantenni; l’iniqua distribuzione del lavoro che non premia i meriti.
Anche le domande del pubblico hanno contestato l’autrice: prima su tutte quella di una lavoratrice precaria che, vivendo una realtà di quasi sfruttamento senza alcuna garanzia per il futuro, si è sentita presa in giro da chi predica l’occupazione passiva e pigra dei posti di lavoro.
La posizione della Maier è stata, per tutto l’incontro, quella di una provocatrice ironica e tagliente, che descrive una situazione senza fornire ricette per il cambiamento; si è descritta come una cinica che, avendo capito come funziona la realtà aziendale, la sfrutta prima di farsi sfruttare dalla stessa. L’impressione che abbiamo avuto è stata però quella di una lavoratrice disillusa, che ha cercato nel lavoro la propria chiave della felicità e ha trovato solo noia: come ha detto De Bortoli, nessuno può realmente desiderare un lavoro inutile e, per questo, frustrante.
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