Io chirurgo varesino ho scelto la Svizzera

Una storia comune a molti medici che, impossibilitati a lavorare in Italia, varcano la frontiera

Giuseppe Peloni ha 37 anni ed è un medico chirurgo. Uno studente modello: laurea in corso con 110 e lode nel 1993 a Pavia, specializzazione nel 1998 a Varese in chirurgia generale a indirizzo oncologico con il luminare Renzo Dionigi.
Come molti suoi colleghi di corso anche Giuseppe Peloni ha molte speranze di trovare un lavoro soddisfacente in Italia che gli permetta di esprimere la sua professionalità e soprattutto di continuare ad imparare. Inizia così a girare per vari ospedali, tra cui Como, Milano e il centro trapianti di Bergamo. Esperienze importanti che però non sfociano in incarichi stabili.

Quattro anni fa la decisione di varcare il confine per lavorare in un ospedale del Mendrisiotto. In testa però ha sempre l’Italia e così nel maggio del 2004 decide di rientrare all’ospedale Cittiglio, lasciando un posto sicuro e superpagato per un contratto a termine di soli quattro mesi, con la speranza di poter  fare il chirurgo. «Quando ho lasciato la Svizzera – spiega Giuseppe Peloni– ero talmente contento di rientrare che non ho aspettato di avere il contratto in mano. Inizialmente mi avevano detto che l’incarico come dirigente medico di primo livello a Cittiglio era di otto mesi rinnovabile. Appena arrivato mi sono trovato di fronte la prima sorpresa: un contratto di quattro mesi non rinnovabile. Ero pronto a rischiare pur di fare il chirurgo nel mio Paese, ma la seconda sorpresa è stata ancora più grossa perché la mia destinazione era il pronto soccorso di Cittiglio. Ora lavorare in un pronto soccorso in Italia è come fare il vigile urbano, arriva la gente e tu la smisti nei vari reparti. Io passavo il mio tempo tra turni e reperibilità, ma raramente facevo il chirurgo. Gestire le urgenze puo’ essere un lavoro molto gratificante professionalmente, ma non in Italia dove non ti mettono nelle condizioni di poter lavorare».

Alla fine del contratto Giuseppe Peloni capisce che non ci sono spiragli per poter fare il suo lavoro e la conferma gli arriva dal direttore dell’azienda ospedaliera varesina Roberto Rotasperti. Di nuovo le valigie e di nuovo come destinazione la Svizzera. D’altronde le offerte dall’estero, considerato il suo alto profilo professionale e il suo curriculum, non mancano. Un rapido consulto in famiglia e la decisione di accettare la  proposta di un ospedale del Canton Vallese, nella Svizzera francofona, dove attualmente lavora come chirurgo. Un sacrificio enorme, considerato che è a trecento chilometri da casa e che nel frattempo gli è nato un bimbo.
«L’aspetto che più distingue l’Italia rispetto all’estero – conclude Peloni – è il ruolo di ingerenza che da noi hanno i politici nella sanità, di cui spesso conoscono poco o niente. In una rivista specializzata che arriva a noi medici poco tempo fa si faceva proprio questa riflessione e le differenze con gli Stati Uniti, dove il ruolo dei politici è invece ridotto al minimo. Da noi i manager e i direttori generali conoscono poco di sanità e dunque fanno fatica a individuare le vere esigenze di un ospedale. Questo è uno dei motivi per cui molti medici scelgono di andarsene».

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Pubblicato il 07 Febbraio 2005
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