«Anche i testimoni di Geova hanno diritto ad entrare nella storia»

Erano identificati nei campi di sterninio con un triangolo viola. I nazisti ne deportarono 10 mila, di questi 2 mila non fecero più ritorno a casa. Una mostra alle Sale Nicolini ne ricorda il sacrificio

Portavano, appuntato sulla misera divisa, un triangolo viola che, nella mappa dell’orrore dei campi di sterminio nazisti, li identificava come testimoni di Geova. Nei lager ne furono deportati 10 mila, di questi duemila vi morirono. Una verità che è diventata storia, ma che raramente viene ricordata. Un destino amaro che accomuna i testimoni di Geova agli zingari, altri "diversi" presi di mira dai nazisti, il cui genocidio è stato ignorato per molti anni dalla storia ufficiale.  
Per ricordare la persecuzione nazista nei confronti dei "Bibelforcher" (letteralmente studenti biblici),  al teatro di Varese è stata organizzata, domenica 4 maggio, una manifestazione con testimonianze dirette di alcuni sopravvissuti e con una mostra documentaria e fotografica (dal 7 al 17 maggio alle Sale Nicolini), visitata, nella stessa giornata, da oltre duemila persone.
«È una mostra storica che non riguarda aspetti confessionali – spiega Alberto Moretto, coordinatore per le relazioni esterne della comunità varesina -. La persecuzione nazista nei confronti dei testimoni di Geova non solo è ignorata dai più, e non solo dalla gente comune, ma nell’universo concetrazionario rappresenta uno specifico, un caso di persecuzione religiosa che li differenzia da tutti gli altri».

Fin dall’avvento di Hitler gli Jehovah’s Schwein denunciano con fermezza la brutalità del regime nazista. Nel 1933 si registrano le prime deportazioni nei campi di concentramento e nelle prigioni, le proprietà della comunità religiosa  vengono sequestrate  e le loro pubblicazioni vengono distrutte. Molti anni prima della guerra il 10 per cento dei detenuti dei campi è costituito da testimoni di Geova. «L’intento dei nazisti era annullare il pensiero delle minoranze – continua Moretto – ma con i testimoni era impossibile farlo. Di fronte ai nazisti rimanevano saldi nella loro fede e non rinunciavano mai alla critica di un sistema che andava totalmente contro i loro principi, ispirati al pacifismo e al rifiuto della guerra». 

L’escalation della persecuzione nei loro confronti continua senza interruzioni: nel 1935 chi lavora nell’amministrazione pubblica ne viene espulso (stessa sorte spetta agli studenti) e nel ’37 si inaspriscono le misure di condanna. Nonostante il pericolo i testimoni di Geova non rinunciano alla loro azione e alle loro pubblicazioni che continuano in semiclandestinità. Denunciano apertamente lo scempio, perpetrato dai nazisti, della patria di Kant e Bach, senza farsi intimidire dalla repressione. Una determinazione e un’ostinazione che rappresentano una spina nel fianco del regime hitleriano. 
In ogni angolo del territorio del Reich si dà la caccia ai Bibelforcher (studenti biblici) e nel 1940 ne viene ordinato l’arresto immediato. La critica al pangermanesimo, il rifiuto dell’uso delle armi, di ogni discriminazione razziale e di ogni forma di idolatria imposti dal Reich Millenario, compreso il saluto "Heil Hitler", porteranno nei campi di sterminio nazista oltre 10 mila testimoni, ovvero più della metà dell’intera comunità religiosa tedesca, che nel 1940, ne contava 19 mila in tutto.  Eppure sarebbe bastato loro firmare un’abiura della fede, già predisposta su apposito modulo dalle autorità naziste, per poter tornare in libertà. Una scelta che quasi nessuno fa, al punto che una kapo del campo di concentramento di Ravensbrück li definirà  "i prigionieri volontari". 
«Durante il periodo nazista nell’azione dei testimoni c’erano una coerenza, una fede e una trasparenza – conclude Moretto -, che è ravvisabile ancora oggi, al di là dei luoghi comuni e dei pregiudizi che circondano i testimoni di Geova. Vorrei segnalare questa mostra perché utilissima per far conoscere aspetti della nostra comunità che molti ignorano e per ricordare un passato dimenticato troppo in fretta. Molti istituti interpellati hanno manifestato interesse nei confronti di questa iniziativa. Il problema è la mancanza di i fondi per portare la mostra nelle scuole che l’hanno richiesta». 


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Pubblicato il 05 Maggio 2003
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