Google ha rivelato il suo segreto, agli studenti dell’Insubria

Marco Marinucci, manager della grande G, ha tenuto una lezione da non dimenticare agli studenti di Varese. Spiegando come può nascere, anche in Italia, la Silicon Valley del futuro

«Per fare innovazione servono talento umano, idee creative e un sistema finanziario flessibile». Sembrano banalità, ma se a dirle è Marco Marinucci – responsabile delle partnership stategiche per Google – allora questi diventano consigli d’oro. Perché se c’è un’azienda che dell’innovazione fa la sua fortuna, quella è proprio Google.

Per questo gli studenti dell’Insubria, questo mercoledì, hanno avuto un’occasione di quelle che non capitano così spesso: la prestigiosa lezione di Marinucci faceva parte del più ampio ciclo di icontri di CrEsit Workshop, che ha portato in cattedra i professionisti delle grandi aziende.

Il manager del colosso di Mountain View ha regalato alcuni aneddoti dalla storia della Silicon Valley, per poi parlare delle opportunità di sviluppo per le nuove start-up, cioè per quelle aziende che rischiano di essere la Google del prossimo decennio. Il termine chiave dell’incontro è stato, ovviamente, l’innovazione: «L’innovazione è di interesse economico», ha spiegato, «Perché solo innovando ci poniamo in relazione al futuro, proiettandoci verso gli spazi strategicamente più interessanti».

Ma per innovare, come si è detto in precedenza, non bastano solo le buone idee, servono anche gli investimenti: non a caso proprio alla Silicon Valley si è installata nel 1972 la Kleiner Perkins, una delle più grandi firme del venture capital.

Gli ingredienti che hanno dato successo alla valle del silicio, però, non finiscono qui: «Un altro ruolo chiave è stato ricoperto dalle università più vicine, come Stanford e Berkeley», ha spiegato Marinucci, «Spesso gli stessi professori sono i primi investitori della nuova impresa». Questo, ovviamente, è stato tratto da un capitolo della sempre più mitica leggenda di Google: sembra infatti che a staccare il primo assegno per la grande G, quando ancora non produceva nulla, sia stato proprio il docente relatore dei fondatori: oggi, quel professore, non si è certo pentito di un azzardo da 100mila dollari.

Ma è possibile fare una Silicon Valley altrove, magari proprio nell’area insubre? Marinucci è possibilista: «I fattori centrali per un successo del genere sono diversi, tra questi citerei la capacità di reinventarsi, un approccio al rischio particolarmente accentuato e la capacità poco italiana di interpretare il fallimento non come una fine professionale, ma come un arricchimento del curriculum. Infine non dimentichiamo l’importanza del network: il business deve capire l’importanza di fare rete e pensare in grande: il tuo progetto deve fare la differenza, devi avere uno scopo mondiale».

Insomma, in una sola parola: ci vuole coraggio. Su cento start-up, ad avere un vero successo ce n’è meno di una: le altre, però, accumulano esperienze che messe in rete possono aiutare gli altri a correggere il tiro. Questo coraggio, oggi, dovrebbero trovarlo i laureandi dell’Insubria, che a differenza di Google si trovano a debuttare in un periodo di crisi finanziaria. In questo, l’ospite dell’Università, ha dimostrato un’incoraggiante fiducia: il 50% delle start-up più interessanti è nato in un periodo di crisi.

«La crisi fa tirar fuori le unghie, rendendo più forte chi vuole emergere». Non a caso Marinucci è stato impegnato, in passato, in alcuni investimenti di Google in Ghana (un paese emergente, dove ovviamente le idee devono essere particolarmente aggressive). Sempre Marinucci è fondatore anche di Mind The Bridge, società che mette in relazione le aziende italiane già presenti in Silicon Valley con le start-up nostrane, aiutandole nello “sbarco”. «Perchè le buone idee all’Italia non mancano affatto», ha concluso il manager di fronte ad un pubblico attentissimo, «Quella che manca è l’opportunità di relazionarsi agli investitori, trasformando un’idea in un’impresa».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 10 giugno 2009
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