Il trapianto di mani, un miracolo partito da Gazzada

A permettere il delicatissimo intervento è una terapia cellulare di supporto nata nel laboratorio Stefano Verri di Monza, nato con i fondi raccolti in nome di un giovane di Gazzada morto, per il rigetto di un trapianto a 19 anni

Laboratorio Stefano VerriIl trapianto di mani che in questi giorni sta compiendo un anno, anche se realizzato a Monza, è un miracolo un po’ varesino. E’ infatti frutto non solo di una operazione realizzata per la prima volta con successo, ma anche di una terapia cellulare di supporto che ha reso possibile il tutto, diminuendo le probabilità di rigetto. Una terapia nata nel laboratorio “Stefano Verri”, realtà monzese nata però con i fondi del comitato dedicato al ragazzo di Gazzada venuto a mancare nel 1999 per una particolare forma di leucemia. Morto, più precisamente, proprio in conseguenza del rigetto del trapianto di midollo che gli era stato praticato: unica cura possibile nel suo caso, ma dall’esito non scontato.  

Emilio Verri«Quando è mancato, Stefano aveva 19 anni:  era il 1999. Doveva fare la maturità da geometra, ma è entrato in ospedale per il trapianto in quei giorni: tant’è vero che avevano preparato una sessione speciale per lui. Ma poi non ha potuto sostenerla» a parlare è Emilio Verri, il padre di Stefano, geometra comunale e instancabile organizzatore, che ha trasformato il lutto in una missione per aiutare la ricerca. «La malattia è stata scoperta per caso, due anni prima: ha fatto una piccola operazioncina e si è ritrovato con un emocromo “sbagliato”. Dagli ulteriori controlli si è scoperto che si trattava di mielodisplasia, una rara forma di malattia del sangue la cui unica cura era il trapianto. La ricerca del donatore è cominciata subito, anche se poi c’è voluto un anno e mezzo per trovarlo. Stefano però è arrivato al trapianto in perfetta forma fisica, non debilitato come spesso accade. Lui stava bene, e c’era ottimismo da parte di tutti. Ma non avevamo fatto i conti con il rigetto, che è stato violento e senza speranza: così Stefano è entrato in ospedale “sano” ma non ne è più uscito vivo».

Per un anno, i Verri sono rimasti annichiliti dal dolore: «Poi ho cominciato a mettere in pratica qualcosa che avevamo già concordato con Stefano. Prima del trapianto infatti, ci eravamo detti che, finita tutta questa trafila, avremmo dovuto fare qualcosa per promuovere la donazione di midollo, o per la ricerca su questo tipo di malattie. Ovviamente, con lui ragionavamo sul farlo insieme. Dopo, ho deciso di farlo in sua memoria». E’ nato così il "Comitato Stefano Verri, per lo studio e la cura della leucemia".

Prima sono state piccole cose: come per esempio interventi nelle scuole per promuovere  la donazione di midollo. «Ho girato tutte le scuole superiori di Varese, parlando di leucemia, trapianto e donazione di midollo» spiega Emilio. Subito dopo, però, gli obiettivi diventano più ambiziosi e concreti: e viene messa in campo l’idea, insieme al comitato Maria Letizia Verga, di raccogliere i fondi per la realizzazione del laboratorio di terapia cellulare e genica. «E’ costato un milione e mezzo di euro, ma ne è valsa la pena. E’ aperto dal 2004,  sta al san Gerardo di Monza, che è l’ospedale più avanzato in questa ricerca e ci è stato vicino nella malattia di Stefano, anche se non poteva essere un loro paziente. E come si può vedere anche dal risultato sulle mani della signora, non serve solo alle leucemie».

Il secondo passo però, dopo la costruzione del laboratorio, è stato quello di mantenere in vita la ricerca: quattro mura e gli attrezzi costosi non bastano, se non c’è qualcuno che gli si dedica con passione e professionalità.  «Così abbiamo deciso, informalmente, di “adottare” il ricercatore che doveva occuparsi della vita del laboratorio: abbiamo sostenuto gli studi di una persona, che sono poi quelli che hanno portato ai risultati che vediamo: il nostro primo obiettivo raggiunto è stato riuscire a fornirgli lo stipendio – non una borsa di studio, uno stipendio vero – di un anno. Il resto poi è venuto da sé. Il ricercatore in realtà era una ricercatrice, che si è dimostrata molto  capace: si chiama Giovanna D’Amico, e i risultati sono quelli si vediamo».

Nel caso della signora Carla per esempio, il laboratorio si è occupato di una parte molto delicata: per evitare il rigetto in quella particolare operazione, sono state infatti usate cellule staminali della stessa paziente, prelevandole dal suo midollo e reiniettandole nelle prime 24 ore successive al trapianto. Quelle cellule staminali non possono essere impiantate semplicemente,  ma sono il frutto di un trattatamento delicatissimo che ha impegnato per tre mesi il laboratorio diretto da Ettore Biagi. Un processo delicato quanto essenziale per far si che tutta l’operazione non fallisse, ma che ha però dato i risultati sperati.

Per questo Emilio Verri ha deciso di andare oltre, ed estendere la campagna: «Proprio quest’anno abbiamo lanciato la campagna “adotta un ricercatore”. Ho cominciato a spiegarla all’auditorium Whirlpool in un incontro dove c’era anche il presidente della Provincia e il sindaco del mio comune. A loro ho chiesto "perchè anche gli enti locali non adottano un ricercatore?”. Il presidente della provincia si è fermato, e alla fine tra lui, il vicepresidente Whirlpool e altri alti funzionari hanno incominciato a dire "Perchè no?". Ora, oltre a fare la loro parte stanno aiutando il comitato a promuovere questa iniziativa: come è successo nella partita di Golf a Luvinate dove ha partecipato Matteo Manassero. Proprio il giovane campione è stato uno dei primi sostenitori della campagnia, e ha donato parte del compenso proprio per adottare un ricercatore». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 ottobre 2011
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