Noi, asilanti senza un futuro

Chi fugge dalla guerra nel proprio stato trova rifugio nel nostro paese. Evitano morte e paura ma si ritrovano ad affrontare i problemi dell'inserimento e non solo. Storie di due asilanti ospiti della Caritas ambrosiana

Vogliono mantenere l’anonimato. Sono ancora terrorizzate di quello che sta avvenendo in patria. Sono rifugiate politiche, fuggite dagli orrori della guerra, ed ora ospiti a Varese della Caritas Ambrosiana.
Non vogliono foto, ma accettano di raccontare la loro storia.
Ruandese , 36 anni e tre bambini di otto, sei e tre anni, è scappata dal delirio di una guerra intestina tra Tutsi e Hutu, le due etnie che si contendono il potere: "Da un mese dormivo all’aperto, nascosta, per paura delle bombe. Hanno ucciso i miei fratelli. La disperazione mi ha convinto ad andarmene, a mollare tutto e fuggire." Per lei, un onorevole lavoro da insegnante in patria con domestici ad aiutarla in casa e l’autista, non è stato facile lasciarsi alle spalle una vita agiata ed affrontare da sola, con tre piccoli bambini, l’ignoto: "È stato un viaggio massacrante: in nave, in treno, e, infine, in aereo sino a Malpensa. Qui sono stata presa in consegna dalla polizia che mi ha portato in Questura. Hanno verificato la mia situazione e dopo quattro giorni mi hanno dato il permesso di soggiorno." Da un anno e otto mesi vive nella nostra provincia dapprima ospite di una famiglia a Castiglione e ora in un appartamento a spese della Caritas. I suoi figli vanno all’asilo e a scuola, si sono integrati alla perfezione, ma per lei rimane l’angoscia di una vita senza futuro: "Non riesco a trovare un lavoro perché con tre figli a carico non è facile offrire la disponibilità che mi viene solitamente richiesta. Quando mi alzo la mattina e mi guardo allo specchio vorrei vedere una donna sicura e autosufficiente. Invece davanti a me c’è solo incertezza. Molti ritengono che io stia bene in questa situazione, che sia contenta di essere mantenuta, ma non si rendono conto che tutto ciò non crea aspettative, annulla ogni possibilità di progettare.
"
Stessa tristezza negli occhi si può leggere in un’altra asilante, ospite con la madre malata e il figlio di 4 anni, in un altro appartamento cittadino della Caritas. Anche per lei alle spalle una fuga precipitosa dal conflitto intestino della Sierra Leone: "Ho preso mia madre e mio figlio dopo aver visto uccidere mio padre. Non voglio ricordare ciò che ho vissuto, è stato terribile." Anche per lei un’esistenza distrutta: una vita agiata, un marito nel commercio di diamanti, dall’oggi al domani costretta a diventare una fuggitiva: in Guinea, in Senegal e alla fine a Malpensa, completamente sradicata dalla sua terra, dalla sua cultura, con una madre malata che vorrebbe tornare nella sua terra: "Non è facile per me vivere a Varese. Non trovo lavoro perchè non posso permettermi un’occupazione a tempo pieno. Trascorro le giornate studiando la vostra lingua e nient’altro. Vivo della carità di chi mi ospita, senza un obiettivo e un domani certo."  Parlano della loro vita in Africa con rimpianto. Sanno che non potranno più riavere ciò che hanno perso. "Se dovesse esserci la pace, quella vera – dice l’asilante ruandese- potrei pensare di tornare. Ma non per ricominciare: ciò che trovi dopo non è sempre quello che hai lasciato."
Dice un detto : l’uomo agisce davanti alla situazione. Ma per le due donne in fuga dalla propria terra ora non è tempo di sognare il ritorno. C’è solo incertezza.

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Pubblicato il 06 Luglio 2001
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