Premio Chiara: Celati come Bartebly lo scrivano

Il brutto tempo non spaventa i varesini, grande pubblico a Villa Recalcati per la premiazione dei tre finalisti: Alessandro Banda, Gianni Celati e Massimiliano Forza

In una giornata grigia e piovosa il sorriso un po’ beffardo di Piero Chiara, nella gigantografia dietro il palco, è l’unica cosa che spicca luminosa, nel giorno più importante del premio a lui intitolato. I varesini, nonostante il tempo, non si sono fatti pregare e hanno affollato la tensostruttura, antistante Villa Recalcati, per assistere alla premiazione dei tre finalisti. A ricevere il riconoscimento due giovani, Alessandro Banda (Dolcezze del rancore, ed. Einaudi), Massimiliano Forza (Antifurti psicologici, ed. Piemme), con loro, a completare la terna vincitrice, una vecchia guardia della letteratura italiana: Gianni Celati (Cinema naturale, ed. Feltrinelli). 

Dopo i rituali saluti e ringraziamenti del motore immobile di questa importante kermesse, Gottardo Ortelli, delle istituzioni presenti, nella persona del prefetto Guido Nardone e dell’assessore Alvise Brovelli per la Provincia, la parola è passata ad Alberto Mentasti, giornalista di RaiTre, che aveva il compito di intervistare i tre finalisti. 

Mentasti, oscurato per qualche minuto dal suono delle campane che rintoccavano il vespro domenicale, ha lasciato ampio spazio ai tre scrittori, chiedendo loro di leggere un racconto. Richiesta accettata di buon grado da Forza e Banda, ma non da Celati, che, come Bartebly lo scrivano, ha declinato l’invito.  "Avrei preferenza di no". Il refrain negativo del personaggio di Herman Melville, tanto caro al Celati traduttore, anche se mai pronunciato, è riecheggiato per tutta la durata della premiazione. "Questo non è il luogo naturale per leggere un racconto", ha sentenziato il noto scrittore, limitandosi così a riportare la "notizia" che introduce il suo Cinema naturale. "Questi sono racconti scritti nell’arco di vent’anni, poi riscritti a lungo per tenermi occupato e vedere cosa succede. Perché scrivendo o leggendo dei racconti si vedono paesaggi, si vedono figure, si sentono voci: è un cinema naturale della mente, e dopo non c’è neanche più bisogno di andare a vedere i film di Hollywood."

Se la prima cosa che attrae il lettore è il titolo, viene da chiedersi chi lo sceglie: l’autore o la casa editrice? E se a  Celati nessuno ha mai cambiato e imposto un titolo, lo stesso non si puo’ dire per i suoi giovani colleghi. "La casa editrice è un’industria – ha detto Massimiliano Forza – abbastanza impressionante. Però c’è bisogno della sua presenza. È una catena di montaggio molto rigorosa, distante da ciò che puo’ essere arte e libertà". Più indulgente Alessandro Banda. " Io ho rapporti telefonici con la mia casa editrice. Avevo presentato novanta racconti e loro ne hanno scelti ventisette. Dal momento che consegni il manoscritto all’editore questo non è più tuo. Il lavoro che fa l’editor è importante, lui è il lettore più attento che esista ed è pagato per fare quello fa e  un esordiente come me prova un senso di gratitudine  nei suoi confronti.".

Si nasce scrittori o lo si diventa? Sulla  vocazione allo scrivere si è detto e fatto molto: corsi, scuole, stage, manuali e conferenze. I tre finalisti hanno manifestato tre atteggiamenti profondamente diversi e, anche in questo caso, Celati non ha nascosto la sua diversità. "La mia è una non vocazione allo scrivere, anche se nella mia famiglia tutti parlavano di letteratura e la parete della mia camera era tappezzata di classici. Io volevo tradurre e per molti anni la mia vita ha preso strade diverse dallo scrivere. Poi sono diventato presuntuoso e ho iniziato a scrivere. Non so cosa intenda la gente per vocazione. Io penso che c’è un caso ed un destino. Il mio destino di scrittore è il naufragio, scrivere per naufragare. Io ho tradotto Herman Melville, e una frase che lui ha lasciato sulla sua scrivania mi ha sempre colpito: Tieni fede ai sogni della tua giovinezza". 

Alessandro Banda tra i suoi racconti ne ha incluso uno su come diventare scrittore. "Io scrivo da quando avevo diciassette anni e solo ora sono riuscito a pubblicare con un editore importante. Paradossalmente si potrebbe dire che si muore scrittori. In questo senso la vicenda di Morselli è esemplare. E’ stato rifiutato dai più grandi editori per almeno dieci anni, nemmeno Calvino e lo stesso Sereni, che di Chiara era amico, avevano compreso la sua grandezza. Dopo il suo suicidio, Adelphi ha avuto il coraggio di pubblicare "Roma senza papa" ed è stato subito un successo. Il terrore di ogni scrittore è morire senza essere stato pubblicato".  Massimiliano Forza la sua strada l’aveva già segnata, lastricata di note e pentagrammi. Contrabbassista e  compositore  ha scelto ad un certo punto di naufragare con la scrittura e "provare con qualcosa di diverso".

I tempi di guerra scandiscono la vita di tutti i giorni, compresi i premi letterari, ma influiscono realmente sulla produzione letteraria? "La guerra – ha affermato Forza – ti cambia la prospettiva, la percezione della realtà, ti fa guardare il mondo diversamente, perciò incide anche sulla scrittura". 
Alessandro Banda ha citato "La tregua" di primo Levi: "la guerra non è finita, la guerra è sempre. In questi anni abbiamo vissuto una miriade di microconflitti e fare letteratura in tempo di guerra è un atto morale". Siamo sull’orlo di un conflitto mondiale e Celati non ha voluto affacciarsi per dare almeno uno sguardo. "Non mi pronuncio su quanto sta accadendo. Però ricordo come si leggevano i libri quando tutto intorno il mondo crollava e quando vedevo i camion dei tedeschi tornare pieni di cadaveri dei partigiani. Penso che la scrittura non debba mai cambiare nemmeno in tempo di guerra, perché la letteratura è un’arte della disintossicazione dalle opinioni, da questo modo di parlare com’è dato dai giornali. Penso che in tempi di guerra la cosa migliore sia imparare a memoria una poesia al giorno".

La kermesse si è chiusa con due concerti jazz in onore dei  finalisti: "100 anni di Louis Armstrong", con la Dixieland Band diretta da Rossano Sportiello e "Songbook" con Franco Cerri, Enrico Intra e Gianni Bedori. 

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Pubblicato il 24 Settembre 2001
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