«La città che sogno è senza “guardoni” e pistoleri»

Angelo Zappoli sarà in corsa per la poltrona di sindaco per Rifondazione comunista

Anche Rifondazione a Varese corre da sola. A niente valgono i proclami dell’ultima ora che vorrebbero un centrosinistra unito e allargato. Per il partito di Giaquinto, nuovo segretario cittadino, i giochi sembrano ormai fatti. Il 26 maggio per la poltrona di sindaco verrà schierato uno dei suoi leader, Angelo Zappoli. 
A lui chiediamo subito un commento sull’imponente manifestazione di Roma
«Grandiosa, a dimostrazione che il popolo della sinistra c’è e sa far valere i propri diritti. La speranza ora è che questa prova incredibile non venga spesa per obiettivi di corto respiro. Abbiamo visto una manifestazione con una partecipazione che ha voluto affermare contenuti che partono dai valori. Una prova tangibile che "un altro mondo è possibile". Dobbiamo rendercene conto tutti e ripartire da lì. Da questo slogan mi viene in mente subito un proposito che Rifondazione fa suo rispetto alle città. Il Social forum varesino propone ai partiti di fare un passo indietro e nelle circoscrizioni presentare liste unitarie che rispondano alle esigenze dirette dei cittadini. Questo può essere un modo per rispondere a una volontà di cambiamento».

Mentre la situazione nazionale registra un avvicinamento tra l’Ulivo e Rifondazione, voi a Varese decidete di andar da soli, perché?
«Come prima cosa occorre far chiarezza. Non è vero che Bertinotti ha fatto aperture all’Ulivo. Ha ribadito la necessità di far fronte comune al di là degli schieramenti, ma questo su questioni specifiche, vedi la difesa dei diritti. Le posizioni sono ancora distanti, basti pensare che sull’articolo 18 Rifondazione propone da tempo l’allargamento di questo diritto a tutti i lavoratori. Ebbene non abbiamo ancora avuto risposte. Su Varese la questione è ancora più chiara. Con chi dovremmo allearci? Per noi sono i contenuti a fare la differenza e di questi non ne sentiamo affatto parlare».

Però è strano che dopo cinque anni di battaglie spesso comuni in consiglio comunale ora vi dividiate…
«Se è vero che ci sono state spesso convergenze all’interno del consiglio comunale, è anche vero che fuori da quell’ambito non ci sono stati punti in comune. Non basta più dire dei no per fare battaglie comuni. Alla Lega non basta opporsi, bisogna costruire progetti e programmi diversi».

Ma nel centrosinistra c’è chi dice che occorre unità anche con voi…
«Si, ma quale centrosinistra? La Margherita che fa della propria visibilità il primo dei problemi? Se si parlasse di contenuti potrei capire, ma dato che di questi sembra che tutti si siano dimenticati…»

E sulla vicenda di Fassa e degli autoconvocati?
«Con Fassa si è persa una buona occasione per ragionare insieme su quale città si vuole per il futuro. Noi non abbiamo avuto rapporti durante tutta la lunga trattativa. Riconosco ai vertici dei Ds di aver avuto una strategia precisa per allargare il centrosinistra al centro. Questo non prevedeva in alcun modo la presenza di Rifondazione, ma questo era legittimo. La cosa che fa sorridere è che molti, pur essendo dirigenti dello stesso partito se ne siano accorti dopo mesi. Sugli autoconvocati quindi condivido quanto ha già detto Sarzi. Oltre il no, il niente. Nessuna proposta, ma ho l’impressione che se ne dovessero arrivare quel fronte lì si sgretolerebbe in un minuto. È stato solo un salvarsi la propria coscienza e la politica non si fa così. La città non cambia così, occorre giocarsela la propria coscienza con scelte, magari criticabili, ma coerenti. Grande dignità a persone come Mauro Sarzi Amadè, sarebbe interessante che altri sapessero fare lo stesso. Agli autoconvocati proprio no, non dò alcun credito».

Come vede il futuro di Varese?
«Ogni tipo di ipotesi non può prescindere da  un’analisi del territorio a livello provinciale. Spesso la guida di questo processo viene vista come una questione di campanili, la diatriba per il capoluogo ricorda un po’ i fatti di Reggio Calabria del 1972. Si danno per scontati gli effetti di scelte operate da altri, vedi Malpensa. Un esempio di come operano le amministrazioni è il Piano strategico. A cosa lo si finalizza, chi lo finanzia? Si fa tanto un parlare di questo, ma nelle altre città c’è un obiettivo ben determinato».

A Varese non si potrebbe investire di più sull’Università?
«Certo, ma mi domando qualcuno se ne accorge che esiste? Ho l’impressione che non si sappia come funziona una città universitaria. Non basta mica aprire due pizzerie o una libreria per fare una città universitaria».

Come si può cambiare?
«Ci sono varie possibilità. Il primo intervento è sulle abitazioni. esistono immensi spazi dismessi, cominciamo a recuperarli e facciamo degli appartamenti e dei luoghi di incontro. Perché il Comune non si fa promotore di una simile iniziativa, da realizzare magari con il concorso dei privati. Il suo ruolo può diventare centrale per questo sviluppo, è solo una questione di scelte».

Possiamo anticipare qualche idea forte per il vostro programma?
«Il primo punto è l’ambiente. Occorre subito lavorare per ridurre le cause dell’inquinamento. Vanno allargate le isole pedonali e ridotto l’utilizzo della auto. Il secondo punto è quello di tipo urbanistico. Occorre recuperare ree per farne spazi abitativi per i meno abbienti.  Da ultimo dobbiamo lavorare per fare dell’integrazione sociale un prassi. Una città più vivibile, abitabile e tollerante vuol dire avere anche una città più sicura senza bisogno di telecamere e pistoleri. Ecco questa è la citytà che sogno, senza pistoleri e senza guardoni».

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Pubblicato il 24 Marzo 2002
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