Trattare o soccombere. La Cisl punta alla riduzione del danno

Di fronte a 200 delegati, alle Ville Ponti, Giorgio Santini spiega le scelte della trattativa con il governo

«Perché ci troviamo in questa situazione?» La domanda è stata rivolta da Giorgio Santini (nella foto), della segreteria nazionale della Cisl, ai circa 200 delegati intervenuti alle Ville Ponti. La situazione  a cui si riferisce è la divisione del sindacato e la posizione di difesa a cui è stato costretto. L’analisi del segretario nazionale parte da lontano, dalle eredità dei passati governi. «La fase che stiamo vivendo oggi si è aperta nel 1996, con il pacchetto Treu, ministro del governo Prodi. Quel provvedimento aveva aperto alla flessibilità, ma per motivi tutti politici quel governo cadde e non fu possibile proseguire nell’azione di rinnovamento. Sono stati introdotti i contratti a termine e i cococo, ma non è stato costruito un sistema di tutele adeguato alla nuova dimensione di flessibilità». 

La rivoluzione monca di Treu avrebbe, dunque,  lasciato uno spazio scoperto che, secondo Santini, è stato occupato "furbescamente" dal governo Berlusconi che ha proposto un modello individualistico «ostile e lontano da una visione sindacale e di solidarietà». La parola d’ordine nel raduno varesino della Cisl è "trattativa necessaria". Un passaggio obbligato, quello del tavolo governativo, ma anche ragione dello stesso scisma con la Cgil. «Dopo lo sciopero e la protesta non ci restava che trattare. Questa non è una situazione da cui si puo’ uscire e noi ci siamo dentro perché è necessario ridurre al minimo i danni che questo governo puo’ fare. E se non si va a trattare quando hai il mandato di 13 milioni di italiani che hanno scioperato, quando si deve andare?».

Il rimprovero di Santini alla Cgil è forte e chiaro: «Cofferati si è fatto prendere dal gioco della politica, perché ha voluto contrapporre alla politica un sindacato bipolare: quello di governo e quello dell’opposizione, dimenticando che la nostra forza sta nell’autonomia dalla politica e nell’unità». Per sostenere la sua tesi richiama i fatti del ’94, la riforma "scellerata" delle pensioni e il dietrofront del primo governo Berlusconi sulla trattativa imposta dai sindacati. «La Cgil non agisce più in base ad una logica sindacale e di questo la parte più oltranzista dell’attuale governo ne è contenta perché radicalizza lo scontro politico su temi che politici non sono. Se poi teniamo conto del fatto che questo governo è sotto l’influenza diretta di Confidustria, cercare di arginare questa situazione diventa vitale per il sindacato stesso. Il governo sta cercando di saldare il debito elettorale con i ricchi del paese. La riforma fiscale ne è una prova, insieme al fatto che con la Tremonti-bis ha deciso di ridurre la spesa sociale per destinare quei soldi alle imprese».

Santini conclude con l’articolo 18.« È un simbolo, una bandiera. L’articolo 18 nelle intenzioni del governo era da smontare, da scardinare. Se passava il principio che il contratto a termine convertito in contratto a tempo indeterminato era escluso dall’applicazione dell’articolo 18, come era scritto nella delega originaria, era la fine del sistema delle tutele, parola che preferisco a garanzie. E allora la Cisl ha deciso di andare alla trattativa perché il Parlamento non sarebbe mai intervenuto. Solo in questo modo, in attesa di tempi migliori, si puo’ ridurre il danno di questo governo».  Trattare o soccombere, dunque, è questa la stringente alternativa? «Guardate a quello che è successo in Francia. Quando un paese distrugge il sindacalismo, spingendolo su posizioni massimaliste e non ha un sindacato confederale capace di rappresentare la gente, allora ci scappa anche Le Pen».


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Pubblicato il 28 Giugno 2002
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