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Ricerca, appalti pubblici, trasporto terrestre e aereo, agricoltura, ostacoli tecnici al commercio, libera circolazione delle persone. Sono questi i settori interessati dagli accordi bilaterali italo elvetici entrati in vigore il primo giugno scorso. A tutt’oggi, però, complice la pausa estiva, ancora poco si conosce delle ricadute per il territorio. Si ha la consapevolezza che siamo ad una svolta epocale per la nostra zona, per sua vocazione geografica, interessata ad abbattere la frontiera con il vicino cantone svizzero. Ecco perchè, questa mattina, il centro congressi di Ville Ponti era stipato in ogni ordine di posto in occasione del seminario "Oltre il confine: i rapporti Italia Svizzera dopo i bilaterali". I relatori, italiani e svizzeri, hanno descritto lo scenario probabile che si svilupperà gradualmente nei prossimi dodici anni. Gli accordi bilaterali sono nati per settori specifici all’indomani del secco no pronunciato dall’elettorato elvetico alla richiesta di adesione al mercato unico europeo nel dicembre ’92. Da allora, gli amministratori della Confederazione hanno cercato vie meno dirette per agganciarsi al mercato di riferimento. Da questa esigenza si è arrivati, dieci anni dopo, alla definizione di strade più graduali per settori specifici di interesse. Dei sette accordi, quelli che suscitano maggiori attese sul territorio sono quello dei trasporti e quello sulla libera circolazione delle persone. E se nel primo caso, la mancanza di una vera forza decisionale locale viene vista, come ha sottolineato nel suo saluto il presidente della Provincia Marco Reguzzoni, un limite tra gli operatori del territorio, grandi aspettative suscita l’accordo sulla libera circolazione. Da parte italiana l’entrata in vigore è immediata, gli elvetici, invece, hanno previsto un periodo di rodaggio. Benefici sono già riscontrabili per i frontalieri che non hanno più l’obbligo di rientrare quotidianamente al domicilio: «Una novità che dilaterà il mercato del lavoro espandendolo oltre le "classiche" zone di confine – commenta Gianluigi Restelli della Cisl Varese Laghi – ora anche da Milano potranno guardare alle offerte elvetiche». I primi allentamenti sono previsti tra due anni: il datore svizzero non avrà più l’obbligo di dimostrare che non ha trovato alcun lavoratore indigeno e cadrà l’obbligo del controllo sulla condizione salariale. Sempre tra due anni i prestatori di servizi potranno oltrepassare liberamente il confine, ma solo nel caso in cui la prestazione non superi i 90 giorni. Soltanto a partire dal sesto anno verrà abolito il contingentamento, l’indicazione massima di stranieri assumibili prefissata a livello centrale. Ogni innovazione, comunque, sarà sottoposta ad un ulteriore gradimento popolare: se gli svizzeri dovessero ribadire il no, ogni discorso di integrazione bilaterale verrà a cadere. «È un’occasione importante per il nostro territorio – commenta Ivana Brunato della Cgil – come sindacati ci stiamo già muovendo da tempo per tentare di trovare spazi di armonizzazione del settore lavoro. Ci vuole una concertazione efficace per evitare penalizzazioni di alcune aree. Noi vorremmo che si riuscisse a dare continuità alle aree di confine». Il momento, come dicevamo, è importante: dimostrazione ne è stata l’attenzione del pubblico, operatori economici, rappresentanti di associazioni, esponenti del mondo scientifico e semplici cittadini che hanno seguito le relazioni. «Tra una decina di anni magari ogni barriera sarà abbattuta e la circolazione sarà uguale a quella che oggi c’è verso la Francia» il segretario della Camera di Commercio Mauro Temperelli è fiducioso, le potenzialità dell’integrazione riusciranno a superare la diffidenza elvetica.
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