Le casse vuote della Ue bloccano i progetti di sminamento

Le donne del sindacato finanziano un progetto nella ex Jugoslavia, mentre i ricercatori denunciano la mancanza di fondi da Bruxelles per neutralizzare le mine antiuomo

Non ci sono i fondi per eliminare le mine anti-uomo. La Commissione Europea ha tagliato anche quelli destinati alla Humanitarian Security and Demining, una unità del Centro di ricerca europeo che ha sede a Ispra, che negli ultimi anni ha costruito il "metalmine detectors":  un potentissimo mezzo per scovare e neutralizzare i residui bellici. Nel sesto programma quadro, lo strumento finaziario della commissione, i soldi diretti a questa unità sono stati ridotti a cinquecento milioni delle vecchie lire. Particamente briciole.
La conferma arriva da Alois Sieber, capo dell’unità isprese che si occupa appunto delle tecnologie per sminare. E se non ci sono i fondi per sperimentare sul campo quanto prodotto e studiato a Ispra, allora occorre rivolgersi a partnerships private. In questo contesto si inserisce l’iniziativa  del coordinamento delle donne dei sindacati di Cgil, Cisl e Uil che ha consegnato un sostanzioso contributo alla Itf (International Trust Fund), una fondazione slovena che si occupa di sminamento nel sud est europeo.  
Il contributo è stato raccolto nel corso degli ultimi otto mesi, a partire dall’otto marzo scorso, quando fu lanciata la campagna di raccolta fondi e di sensibilizzazione per far conoscere il lavoro del Ccr nella realizzazione di tecnologie di gran  lunga superiori ai prodotti delle aziende private. 
È di tredicimila euro il fondo raccolto, che sarà duplicato grazie ad una sistema adottato da una banca americana. Servirà per sminare il villaggio di Omerbegovaca, nel distretto bosniaco di Brcko D.C.. Consentirà ai rifugiati di ritornare nelle loro case e di coltivare le terre abbandonate a causa delle mine anti-uomo.

Riguardo alla scarsità di fondi per lo sminamento, Alois Sieber chiede un impegno diretto della Ue. «Mancano le risorse pubbliche e non resta che puntare su partner pubblici-privati, la Commissione Europea potrebbe svolgere un ruolo importante ma è necessario che il dibattito sia mantenuto vivo, e che gli stati membri richiedano alla Commissione un impegno per liberare il mondo dal flagello delle mine anti-uomo». 
Quando nel 1996 era partito il progetto per la costruzione del metalmine, alcune aziende tedesche e francesi (le stesse fra l’altro che producono le mine) avevano mostrato interesse per questo prodotto. «Poi si sono accorte che non c’era mercato e profitto – continua Sieber – e allora hanno abbandonato l’idea e l’interesse nei confronti di questa tecnologia, per questo ritengo che sia necessaria una politica concreta della comunità europea, suggerita dagli stati membri al fine di costruire una strategia comune».
«È importante che la questione dello sminamento non sia lasciata all’intervento privato – ha detto a questo proposito Ivana Brunato, segretaria generale della Cgil –.  Non si può prescindere dal necessario intervento pubblico e dall’individuazione delle responsabilità, un impegno che lo scorso otto marzo, come donne del sindacato avevamo assunto». Per questo oltre la raccolta dei fondi, il coordinamento si è impegnato anche su un’altra strada, quella del coinvolgimento dei parlamentari europei, con l’obiettivo di mantenere alto il dibattito come ha ricordato Alessandra Fragassi della segreteria provinciale della Cisl.


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Pubblicato il 25 Novembre 2002
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