“La fossa dei leoni” con le scalinate in marmo di Viggiù
Dal vecchio teatrino di via Sacco passarono cantanti, attori, soubrette, pugili di belle speranze. E su tutti vegliava il “leonin”, custode della “fossa”
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«I varesini che hanno vissuto la loro giovinezza alla fine degli anni Venti, sino agli anni Cinquanta, ricordano ancora con nostalgia il vecchio teatrino di via Sacco, chiamato “la fossa dei leoni” per la sua struttura di piccola arena, circondata da armoniose scalinate in marmo di Viggiù», scrive Ricciotti Bornia nel suo “Quando a Varese c’erano i tram”. Bornia quel teatro l’ha fatto funzionare per anni, dall’inaugurazione ufficiale avvenuta nel 1932, con la rappresentazione della commedia di Ugo Falena “La regina Pomarè”. «Il palcoscenico lo fece mettere il Dopolavoro – ricorda lo storico della Varese d’antan -. Prima era soltanto la sede del partito fascista e di fronte alle gradinate campeggiava un busto di Mussolini. La casa accoglieva anche il bar e ristorante di Alessandro Pirovano, il più famoso cronometrista di gare ciclistiche di allora. Già il 23 ottobre del 1928, però, era nata la scuola varesina di recitazione e si facevano i primi spettacoli, sotto la guida del professor Talamoni». E rivivono figure di una Varese dimenticata, come il “leonin”, custode della “fossa”, o quei pugili di belle speranze che combattevano lì tra il fumo e le urla, o il celebre E. A. Mario, l’autore della “Leggenda del Piave”, venuto a presentare le sue canzoni. E poi il teatro dilettale milanese di Bonecchi, del giovane Mazzarella, la compagnia di operette di Dezan, padre di Adriano, la voce del ciclismo, la scuola di fisarmoniche e i Bosini di Carmen Broggi. «C’era sempre il tutto esaurito – dice Ricciotti Bornia – per Meme Bianchi, la signora della canzone degli anni Trenta, arrivavano fino a 400 persone per volta, anche perché a quei tempi non c’era ancora l’Impero e il nostro era l’unico teatro della città oltre il Sociale». In via Sacco i successi continuarono anche nel dopoguerra, con il giovane Enrico Maria Salerno in veste di presentatore. «Faceva parte della nostra filodrammatica – ricorda Ermete Brolpito, allora attore e capocomico – che contava anche su Angelo De Bernardi per le scene e sulle commedie messe in scena da Almo Alberto Montarese e Gianni Grammatica. Salerno era internato al Sacro Monte poiché era stato ufficiale delle camicie nere, ma di tanto in tanto poteva godere di un permesso e veniva da noi a recitare. I genitori vivevano ad Azzate e la madre, violinista, suonava spesso da noi». Poi l’inevitabile declino, con la concorrenza dei cinema e il salto di generazione. «I camerini non erano più sfruttabili e il palcoscenico cadeva a pezzi – spiega Brolpito – non c’era più l’agibilità e così la nostra compagnia smise di provare e la “fossa dei leoni” chiuse per sempre, alla fine degli anni Cinquanta». Dopo aver ospitato l’orchestra Dagasso, trasformato in sala da ballo e visto passare Dante Feldman e Pina Granata, Evelina Sironi e il divo dell’operetta Nuto Navarrini, già compagno di scena di Isa Bluette. Di quella straordinaria arena nel cuore della città, allora di proprietà del dott. ing. Castiglioni Daniele fu Ermenegildo, come risulta dalla planimetria catastale del maggio 1945, non rimangono che schegge di vetro e pietre, qualche infisso piegato da tempo, le gradinate che assorbirono applausi e fischi. E il fantasma dell’opera, che ogni tanto bussa a Palazzo, ma non viene ricevuto. Mario Chiodetti |
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