Si è spento Don Luigi
Il parroco è morto nella sua canonica dopo una lunga malattia
"La morte è come un fiore
donato per amore
e qualcuno lo raccoglie
per sentirne il profumo"
Don Luigi Riva parroco di Bregano, un piccolo paesino subito sopra il lago di Varese, ci ha lasciato. Soffriva di una grave malattia, ma era voluto tornare nella sua canonica per passare gli ultimi giorni tra la sua gente, i suoi parrocchiani. Don Luigi conosceva la sua malattia e ha affrontato il suo "calvario" con tanta serenità, con la consapevolezza di un amaro calice che però lo avrebbe accompagnato dal Padre e da tutti quei conoscenti e amici che lo avevano preceduto.
Conobbi don Luigi circa venti anni fa. Insieme con Gigi Bassani salimmo quella breve e ripida salita per raggiungere la sua abitazione di fronte alla chiesa di Bregano in cima alla collina. Era da poco arrivato nel piccolo paesino e subito si era attivato. Eravamo da lui per preparare una veglia per la pace. In questi lunghi anni ci saremmo visti poco fino a reincontrarci e frequentarci un po’ dopo la morte di Gigi.
Don Luigi era un uomo semplice e profondo. Sereno, attento e pieno di premure verso gli altri. Di lui diceva che "fare il prete non è una professione, non è un hobby. Non uso nemmeno la parola vocazione (…) Essere prete è servizio. Servire la comunità per la fede in Gesù Cristo. Non è facile servire. Più facile comandare e sentirsi padroni della comunità e perfino della fede degli altri. Tentazione che cerco di cacciar via: non so se sempre ci sono riuscito, perché ogni giorno si presenta all’uscio della canonica".
Tre anni fa, dopo dodici anni di servizio, volle fare un regalo particolare ai suoi parrocchiani. Un libretto dal titolo "Felice di aver vissuto – una … quasi confessione", una raccolta di poesie e di pensieri. Scriveva: "ho scritto in forma che si dice poetica. Ma poeta non sono, se si intende per poeta chi sa creare vera poesia. Ma se poesia è un modo di guardare le cose e la vita, gli uomini e le donne, il mondo e io, allora credo di poter dire che questa è il fondo con cui ho cercato di guardare le cose della vita, le persone e il mondo".
Già allora, nelle ultime pagine, don Luigi non aveva paura ad affrontare il tema della morte. "Non posso più non guardare a quella frontiera che è l’ultima della vita, che molti hanno già varcato e che tutti varcheremo. Si, la frontiera della morte la guardo. Mi hanno insegnato a guardarla tutti gli amici che ho salutato nei tanti anni di servizio presbiterale. Non mi nascondo che quando arriverò davanti a Dio padre-madre gli dovrò chiedere perdono di tanti errori e peccati, gli dovrò qualche giustificazione per come ho vissuto, ma oserò fargli anche qualche domanda. Quel giorno dirò ancora: «Signore, grazie di tutto, proprio di tutto». Poi ci sorrideremo".
La forza, l’umanità, la semplicità e non ultima la fede don Luigi la testimonia tutta in una delle ultime poesie.
Quando arriverò davanti a te
Quando arriverò davanti a te, o Dio,
ti chiederò in ginocchio
Che ne hai fatto dei bambini e dei poveri
che la vita non vissero
Degli ebrei di Auschwitz,
dei deportati nei gulag,
dei neri d’Africa morti per fame,
dei campesinos smembrati
dagli squadroni della morte,
dei meninos de rua
impallinati come passeri d’autunno
lungo i viali di Copacabana…
Infinito elenco della storia
che sa di sangue
nell’oblio di chi s’ingrassa il cuore
e la memoria
E ti chiederò anche
che ne hai fatto dei morti del mio paese:
di Fabrizio, Mariuccia, Arturo…
… e lungo sarà pure questo elenco.
Ascolterò in silenzio la tua risposta.
Allora , ne sono certo, sarò
felice di aver vissuto.
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