Luigi Figini e la nuova architettura

La figura del grande architetto è stata ricordata al Rotary Club alla presenza dei nipoti Liliana e Alessandro

Una vita intensa, sospesa continuamente tra la tensione artistica, manifestata in più forme e direzioni, e la ricerca di un nuovo rapporto tra  architettura e natura. La figura dell’architetto Luigi Figini (1903-1984), che ha attraversato un secolo intero lasciando una traccia forte nella storia dell’architettura europea, è stata ricordata al Rotary Club di Varese, alla presenza dei nipoti Liliana e Alessandro. 
Il territorio varesino conserva tracce importanti del suo passaggio umano e artistico: a Ganna c’è la tomba di famiglia e a Cartabbia c’è Villa Manusardi, una sua creazione, commissionatagli nel 1935 e ancora oggi abitata dai discendenti del committente di allora, Gianmarco Manusardi. 

Figini è stato un punto di riferimento, un maestro per tante generazioni di architetti. Lo è stato anche per Ovidio Cazzola, che, nella giornata commemorativa, ne ha tratteggiato un profilo storico- artistico. «Per noi giovani studenti di allora Figini, insieme a Pollini, era considerato un modello a cui ispirarsi. Di lui colpiva  la formazione multidisciplinare. Era un architetto, ma anche un  pittore finissimo e gli splendidi affreschi nella casa al Villaggio dei giornalisti a Milano ne sono una testimonianza. Era una figura angelica; mentre Pollini, con il quale condivideva lo studio professionale, era più manageriale».

L’ambiente del Politecnico milanese, a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, è stimolante. Le Courbusier, Gropius, il Bauhaus, i movimenti mitteleuropei e la partecipazione ad un progetto culturale collettivo esercitano un grande fascino sul giovane architetto. E così nel 1926, fresco di laurea, Figini, insieme ad altri studenti, fonda il Gruppo 7. «Era un gruppo straordinario – continua Cazzola –  fortemente animato dalla ricerca della verità, sempre attento a cogliere ciò che succedeva nel mondo circostante, con interessi che spaziavano dalla musica, alla pittura, fino alla letteratura straniera e alla fotografia. Ne facevano parte  Giuseppe Terragni, Guido Frette, Carlo Enrico Rava, Gino Pollini, Ubaldo Castagnoli, Sebastiano Larco. Nomi che entreranno nella storia». 
Nel 1935 inizia una lunga e importante  collaborazione con un altro "illuminato": Adriano Olivetti. Il connubio darà vita a progetti di altissimo valore politico-sociale, come il piano regolatore della Valle D’Aosta, l’ampliamento delle officine di Ivrea, il progetto per la mensa aziendale e le case per impiegati. Nella visione di Olivetti  architetti e urbanisti occupano un ruolo fondamentale, perché soggetti responsabili e consapevoli della loro funzione educativa. «È un incontro importante perché in Figini il rapporto uomo-natura-casa è centrale nella sua poetica. Cercare di recuperare quell’armonia vissuta da bambino sul "terrazzo-regno"  di casa è sempre presente. Un esempio di questo nuovo modello di architettura  è Villa Manusardi a Cartabbia».

La guerra irrompe drammaticamente nelle vite di quei giovani artisti: Terragni torna sconvolto dalla campagna di Russia e muore nel 1943. Giuseppe Pagano, architetto razionalista, muore nel campo di sterminio di Mauthausen. Tragici avvenimenti preceduti dalla morte di Edoardo Persico, altro prestigioso esponente dell’architettura moderna.
Nell’immediato Dopoguerra (1952-54) Figini e Pollini realizzano la chiesa della Madonna dei Poveri nel quartiere Ina casa di Baggio (Milano). «La più entusiasmante esperienza incontrata e vissuta in trent’anni di professione», scriverà successivamente l’architetto. 
ll tema del sacro diventa una costante negli scritti e nelle opere successive. Su invito del cardinale Lercaro, Figini tiene corrispondenze dalla Lombardia sulla rivista "Chiesa e Quartiere", un progetto che sostiene e afferma la concezione di una nuova architettura sacra in Italia. Alla fine degli anni Sessanta realizza la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Milano e le case Iacp a San Giuliano Milanese. «In Figini c’è una ricerca continua – conclude Ovidio Cazzola – e il tema del sacro e del naturale fanno parte di questa ricerca. I suoi scritti e i suoi progetti hanno dato un contributo fondamentale all’architettura e al dibattito culturale del ‘900, ancora oggi di grande attualità. Per questo dobbiamo ricordarlo».


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Pubblicato il 28 Marzo 2003
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