«Li minacciava millantando parentele influenti»

Varese – L’ultimo caso di estorsione ai danni di immigrati commentato da Flavio Nossa, della Cgil. «Per sconfiggere il fenomeno occorre maggiore attenzione anche da parte del mondo dell’imprenditoria»

«Lei non sa chi sono io”. Anzi, “tu non sai chi è mio cugino”. Fa pensare alla classica frase del prepotente l’ultimo caso di estorsione ai danni di immigrati che per ottenere la regolarizzazione dovevano sottostare alle dure regole del “mercato nero” della sanatoria. Il caso della cooperativa di Monza e dell’imprenditore che estorceva soldi agli immigrati, però, ha un che di diverso. L’arrestato, infatti – un uomo di 51 anni di origine siciliana – oltre che a minacciare i dipendenti, vantava anche parentele influenti nel mondo della politica. Parentele che sarebbero servite al momento giusto per scagionarlo da ogni accusa; ma così non è stato. A raccontare i retroscena della vicenda è Flavio Nossa della segreteria Cgil. «La lavoratrice, che come spesso accade è venuta prima al sindacato per poi denunciare il tutto in questura – spiega Nossa – ha affermato che l’uomo arrestato dalla polizia si spacciava come cugino di un influente uomo politico, addirittura un ex ministro, quindi in grado di estendere la “copertura” politica anche al presidente della cooperativa dove, tra l’altro lavorano, oltre alla donna che ha chiesto il nostro aiuto, altre trenta persone».
E da qui si apre un panorama sconcertante che sommava l’estorsione alla impossibilità oggettiva di ottenere la regolarizzazione beneficiando di quanto scritto nella Bossi-Fini. «I lavoratori di questa cooperativa – continua il sindacalista – non erano in realtà lavoratori subordinati, bensì inquadrati come soci. Questa posizione non era valida ai fini del riconoscimento della sanatoria». Oltre al danno, quindi anche la “beffa”, se così si può chiamare la condizione disperata di molti lavoratori immigrati.
«Ma non è tutto – prosegue Nossa – . I servizi erogati dalla cooperativa sotto indagine vedevano impiegati i soci in lavori come il facchinaggio e le pulizie. Quindi operanti in appalti o subappalti. Questo caso è emblematico, e una domanda, a chiosa del discorso, appare ovvia. Ma gli imprenditori per bene, i responsabili delle aziende che beneficiavano di questi servizi, non si sono mai chiesti in che condizioni lavorano queste persone? Occorre una più attenta collaborazione da parte delle forze imprenditoriali che intendono interrompere la catena dell’illegalità e dello sfruttamento. Certo con la nuova normativa entrata in vigore da qualche giorno, che offre la possibilità ad un lavoratore di far subentrare ai fini della sanatoria un nuovo datore di lavoro anche in caso di licenziamento, aiuterà a scoprire nuovi casi di sfruttamento, che si contano comunque già a decine».

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Pubblicato il 23 Maggio 2003
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