Crisi alla Ginori, 45 in cassa integrazione

La questione discussa anche nell'ultimo consiglio comunale. Il sindaco: «Faremo di tutto affinchè i posti di lavoro restino a Laveno». Speranze nel mercato da parte del sindacato

Una sorta di "doppia crisi". E’ di questo che soffre la Ginori www.richardginori1735 , storico marchio di ceramiche sulle sponde del Verbano, dove da qualche giorno 46 dipendenti sono in cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al prossimo 20 settembre. E la decisione, maturata in concerto con le rappresentanze sindacali, non è dettata solo dall’obsolescenza delle strutture e dall’oramai inidoneità dello stabile di via Buozzi, ma anche alla difficoltà di far incrociare la domanda con l’offerta: vale a dire magazzini pieni e mercato fermo.
Ma se per risolvere il primo dei problemi il comune sta lanciando un salvagente alla storica società, affermando, con le parole del primo cittadino Sergio Trezzi, di «essere aperto a discutere la possibilità di un acquisto da parte della proprietà di un terreno comunale di 17.000 metri quadrati», dall’altra c’è lo spettro del mercato, che penalizza le produzioni di alta qualità, proprio come quella della manifattura lavenese.
«Alla Ginori si produce solo la "Bone China", a differenza delle altre due unità produttive, una di Sesto Fiorentino e l’altra in provincia di Pisa – spiega Paolo Guicciardi, della CGIL-Filcea, il comparto dei chimici – . Da tempo la proprietà aveva manifestato l’obsolescenza della struttura produttiva e l’intenzione di spostarsi in altra sede. A questo si è aggiunto un periodo di flessione di mercato, che si segnala anche a livello europeo. Nella gestione di queste due problematiche, che sono e rimangono slegate, benchè la proprietà abbia seguito tutte le fasi della contrattazione e più volte si sia impegnata a voler comunque restare con la produzione a Laveno, non sono in grado di dire se alla fine delle 13 settimane di cassa integrazione la situazione migliorerà».


Nelle scorse settimane non è mancata la volontà da parte dei lavoratori di discutere assieme al sindaco la situazione, nei diversi incontri. In ultimo, proprio nel consiglio comunale di qualche sera fa, dove la questione è stata toccata da un ordine del giorno presentato dal gruppo del centrosinistra, si è recata una delegazione di lavoratori. In realtà l’ordine del giorno delle minoranze non è passato, con un certo rammarico da parte dei proponenti. «Ci pareva necessario che per un fatto di tale importanza anche l’organo politico, oltre al sindaco, esprimesse un indirizzo chiaro e unanime – ha affermato Luca Petoletti, del centrosinistra – . L’ordine del giorno presentato poteva chiaramente essere modificato e discusso insieme, come ho detto durante il consiglio, per poi essere firmato da tutte le forze politiche. Apprezziamo comunque il fatto che il sindaco si sia impegnato di sottrarre il terreno dove ora sorge la fabbrica da speculazioni edilizie, bloccando le concessioni per la realizzazione di unità abitative fintanto che l’iter per l’acquisizione del nuovo terreno non sarà completato».
Cosa succederà ora? Sempre il sindaco parla di «totale apertura da parte dell’amministrazione e prossimi incontri con la proprietà, la famiglia Rinaldini, per discutere dello spostamento. Un’operazione che, tra bandi, permessi e passaggi burocratici, oltre al trasferimento vero e proprio, non si risolverà comunque prima di un anno e mezzo».
Sul fronte sindacale è invece attesa un’assemblea nel mese di luglio per riuscire a comprendere le mosse della proprietà nei prossimi mesi.


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Pubblicato il 19 Giugno 2003
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