Spamming, se lo conosci non lo eviti

Quali contromisure dobbiamo prendere per evitare di ritrovarci al casella di posta elettronica intasata da mail indesiderate

Messaggi pubblicitari, ammiccamenti erotici, oggetti pornografici, programmi  che come d’incanto si installano da soli. Sono tutte effetti del famigerato spamming, ovvero l’odioso intasamento della cartella di posta elettronica, dovuto all’invio indiscriminato (senza il consenso del destinatario) di e-mail. Ormai è un problema per molti navigatori, al punto che la Commissione Europea ha deciso di dichiarargli guerra. Un giochetto che alle imprese costa circa 3 miliardi di euro l’anno. Ma come ci si difende e quali contromisure si devono prendere? Lo abbiamo chiesto a Claudio Meregalli, tecnico della Elmec Elettronica, esperto in gestione di infrastrutture di posta elettronica e sistemi di comunicazione aziendale.
Come si respinge lo spamming?
«Solitamente nelle aziende esiste una policy interna, cioè un sistema di regole che i lavoratori devono osservare e che consentono di limitare il danno di questo malcostume elettronico. A queste si devono aggiungere appositi software che evitano al navigatore di andare in luoghi per così dire pericolosi e indesiderati. Un buon firewall o l’utilizzo di server proxy sono ulteriori mezzi validi per poter filtrare e contenere le conseguenze negative».
In che percentuale lo limitano?
«Anche del 50 per cento. Il problema  è però complesso, perché ci sono variabili esterne difficilmente controllabili. Quella delle e-mail indesiderate è un problema difficile da risolvere perché aumentano continuamente i software cosiddetti spia, capaci di intercettare le nostre informazioni e i dati da trasferire all’esterno del nostro sistema, per poi bombardarci di messaggi pubblicitari e non»
Come e quante tracce lasciamo nelle nostre navigazioni?
«Moltissime attraverso i famigerati cookies che sono le nostre impronte elettroniche. Quando ci colleghiamo in internet vengono catturati e dicono tutto sulle nostre rotte di navigazione e quindi svelano le nostre preferenze. Un identikit importante per chi deve vendere».

Sì, ma i cookies si possono anche eliminare.
«È vero, ma qui sta la prima contraddizione che mette in crisi il sistema, perché  i cookies cedono informazioni nel male ed anche nel bene. A volte, infatti, per i siti utilizzati nel lavoro senza il cookies di autenticazione non si riesce ad accedervi. Il paradosso è che aumentando la sicurezza diminuisci, in questo caso, il servizio»

Ci sono i dati sui costi per le aziende?
«Esiste un dato complessivo piuttosto approssimativo ed è comunque difficile da quantificare. Da recenti statistiche però sappiamo che la percentuale media  di spamming per persona è pari al 15 per cento. Le aziende spesso si allarmano solo quando si iniziano ad intaccare le performance strutturali, quando i computer traboccano e il danno è già fatto. I costi da mettere in conto non sono solo quelli relativi alle ore di lavoro perse per poter aggirare il fenomeno, ma anche l’aggiornamento continuo del software specifico, che ha fatto la fortuna di molte software house».

È una guerra persa?
«No, se si rispettassero le regole. Forse ciò che rende labile il sistema è l’aspetto repressivo. Quando ci arrivano e-mail indesiderate c’è anche un modulo per cancellarsi dalla mailing-list. Eppure ci continuano ad arrivare, questo perché il controllo ulteriore non viene fatto o viene delegato ad una macchina».


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Pubblicato il 18 Luglio 2003
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