Cacioppo: «Diamo dignità al carcere, ma non servono megastrutture»

All'indomani della visita dei capigruppo ai Miogni, i Ds: «Condizioni pietose ma pensiamo ad altre soluzioni più a misura della città»

Una visita al carcere dei Miogni, richiesta prima dall’opposizione, appoggiata poi dal capogruppo della Lega Cerini, infine diventata un’opportunità per tutte le forze politiche: verificare quali siano le attuali condizioni della casa circondariale. Nel pieno del dibattito, un modo per mettere qualche puntino fermo e stabilire qualche certezza. Le sue condizioni precarie dei Miogni, innanzitutto. Un’opinione condivisa anche da chi è critico verso la soluzione di un nuovo supercarcere ai Duni. Uno di questi è Emiliano Cacioppo, capogruppo diessino in consiglio comunale (foto)
«È una struttura che ha evidentemente dei problemi – spiega Cacioppo – fuori legge per il numero di detenuti che ospita. La legge prevede un detenuto per cella, al massimo due. Ai Miogni la regola è tre detenuti. Questo è l’aspetto più pietoso della vicenda». 
Una situazione ormai vecchia e riconosciuta. Il consigliere Ds ricorda che a tal proposito l’allora ministro della Giustizia Fassino aveva messo a disposizione dei fondi da destinarsi all’edilizia carceraria. 
Qual’è allora l’intoppo, la mancanza di nesso logico tra le necessità di rivedere le condizioni di vita di detenuti e personale di custodia e l’esigenza di costruzione di un nuovo impianto? 
«Fin dai tempi del governo di centrosinistra – continua Cacioppo – si parlava eventualmente di una struttura di circa 32 mq, in base alla quale era stata approvata una variante al piano regolatore e sulla base di finanziamenti garantiti da Fassino. Poi però si è cominciato a parlare di una struttura su superfici quasi quadruplicate e il numero dei detenuti è diventato 300 o 400».

Nel corso dell’incontro sono stati ascoltati le guardie e il personale di custodia; dai colloqui, sostiene Cacioppo, si è verificato che l’esigenza primaria non è tanto quella di avere una maegastruttura, quanto condizioni di vita più decorose e strutture più efficienti. «Una posizione naturalmente condivisibile, una battaglia giusta, ma non necessariamente legata alla volontà di costruire un mostro di cemento». 

La strada di un recupero dei Miogni (foto), già poco coltivata, appare all’indomani della visita forse ancora più remota, ma nemmeno così tanto. «In molti nella maggioranza sostengono la necessità di portare il carcere fuori dal centro urbano. In realtà nessuna disposizione obbliga a ciò. Anzi dal punto di vista logistico è chiaro che per chi ci lavora e per chi lo deve frequentare, avvocati in primis, è ovvio il contrario: un carcere dovrebbe essere vicino ai servizi, alle strutture collegate. Per fare un esempio: a Lecco il carcere è stato abbattuto e ricostruito nello stesso punto, in città e non in periferia».
Centoventi sono i detenuti attualmente ospitati dal Miogni, una trentina in più rispetto alla sua disponibilità ufficiale. Un numero, dicono le cifre, abbastanza costante negli anni. Varese a rischio criminalità? Non è proprio così: il massimo affollamento, circa 200 detenuti lo si è avuto, ebbene sì, nel pieno di Tangentopoli. Degli attuali carcerati il 70% è italiano, il restante extracomunitario. Cifre che non svelano certo un clima d’assedio, un humus delinquenziale tale da far apparire inevitabile una struttura che, anche ufficialmente per 200 detenuti, come tutti i carceri sarebbe destinata ad ospitarne di più. 
«Mi pare sia in atto una sorta di terrorismo psicologico su questa questione del carcere. Si cerca di far passare l’idea che quel progetto monumentale di Duni sia l’unica strada possibile. C’è il sospetto che non interessi tanto il numero dei detenuti, quanto i numeri e i volumi di cemento. Ma questo non a niente a che fare le sacrosante richieste di dignità di guardie e detenuti». 

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Pubblicato il 28 Gennaio 2004
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