Da Auschwitz a Israele, il viaggio della speranza passò da Tradate

Il giorno della memoria - Sara Kazman (Haifa- Israele) e Zvi Aialon

Alcuni ebrei sopravvissuti alla persecuzione e allo stermino nazifascista, durante la Seconda Guerra Mondiale e subito dopo, passarono da Tradate e Abbiate Guazzone. Alcuni di loro furono accolti a Villa Mayer, in attesa di riprendere il viaggio verso Israele. «Viaggiammo alcune ore in treno – racconta Sara Kazman, che vive ad Haifa -, non ricordo quante, ed arrivammo ad Abbiate. Fu una festa: ci portarono in una grande casa, circondata da un giardino colmo di piante e panchine. Lì rimanemmo quasi un anno. Il mio ricordo di Abbiate è la sensazione di una calorosa accoglienza. Eravamo abituati a soggiornare in squallidi campi di transito: qui incontrammo una casa, un giardino, stanze con letti, si preoccupavano di darci degli ottimi pasti caldi. La sensazione fu di arrivare in un posto dove potevamo fermarci e riposare, finalmente riposare dopo mesi di viaggio… Gli italiani erano molto gentili con noi. Sapevano che eravamo ebree in transito verso Israele. Li incontravamo in treno: a noi bambine ci piaceva viaggiare in treno fino a Milano e facevamo spesso delle gite. Imparammo l’italiano dalle canzoni che ci venivano cantate. Il contatto con gli italiani ci divertiva molto e il loro comportamento era sempre cordiale. Il soggiorno nella villa Mayer fu molto comodo… Di tutto il nostro viaggio dalla Polonia ad Israele, il periodo italiano, nella villa Mayer, fu il periodo migliore, fu il periodo più comodo, nel quale ci rendemmo conto della grandezza della fraternità, dell’amore ebraico». Uno dei membri del primo gruppo di ebrei che passò ad Abbiate si chiama Zvi Aialon. A distanza di 58 anni, Aialon ricorda così il paese: «Oggi, se guardo indietro, ricordo la villa di Abbiate come un’oasi luminosa di insuperata fraternità ebraica…aver consegnato la villa a profughi, non solo a gruppi organizzati come il nostro ma anche a masse di profughi di passaggio, questo simboleggia una solidarietà ebraica che non si vedeva molto allora, né la si incontra spesso oggi». Una signora rimasta anonima che oggi vive nei pressi di Tel Aviv scrive: «Ricordo sempre le rose della villa Mayer di Abbiate come il ritorno alla vita, dopo Auschwitz!”»

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Pubblicato il 21 Gennaio 2004
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