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Si erano lasciati quattro anni fa con «la necessità di osare», si ritroveranno sabato e domenica con una nuova sfida, difficile e importante. Il ventiseiesimo congresso provinciale delle Acli si aprirà, infatti, con lo slogan: "allargare i confini sulle rotte della fraternità nella società globale". Al presidente uscente, Ruffino Selmi, toccherà lanciare ufficialmente questa sfida. Selmi, questo messaggio sembra molto vicino alle tesi no global. Dove si differenzia il messaggio delle Acli? «C’è una definizione che puo’ indicare bene questa posizione che è new-global, che non ha una portata oppositiva ma propositiva. Questo congresso segna una continuità importante con i convegni di Vallombrosa e di Orvieto, a cui hanno partecipato personaggi del calibro di Jeremy Rifkin, perché lì abbiamo imparato i canali comunicativi che interagiscono tra locale e globale. Lanciare un messaggio di fratellanza nella società globale è un segno di grande speranza». Oggi allargare i confini significa aprirsi alle diversità. Un salto non da poco che richiede preparazione soprattutto nel rapporto con la realtà degli immigrati . Qual è secondo voi l’indicazione da seguire? «L’icona congressuale è l’incontro tra Gesù Cristo e la donna Samaritana, descritto nel vangelo di Giovanni. Da quell’episodio riceviamo un’indicazione chiara sul cosa fare. Lei è una povera donna che vive in una zona malfamata e povera della Palestina e soprattutto con una storia tutt’altro che esemplare. Quando Gesù la incontra è lui a chiederle per primo un favore, è un modo per non umiliarla per non fargli sentire la sua superiorità. Bisogna rapportarsi così alla diversità».
Da una parte la fede e l’impegno associativo, dall’altra la quotidianità e un sistema dalle regole spesso in contrasto con i concetti di solidarietà e fratellanza. Come vivere, e se è possibile vivere, queste due dimensioni contraddittorie? «Monsignor Oscar Romero, assassinato in Salvador da organizzazioni paramilitari di destra, all’inizio non era impegnato socialmente e politicamente, era un conservatore. Il potere probabilmente confidava in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, quindi asettica. Invece Monsignor Romero prende consapevolezza e inizia un’attività in favore della giustizia sociale. Lo deve fare perché come fedele e pastore non può più ignorare i fatti tragici e sanguinosi che interessano la sua gente, i suoi fratelli. Il perdono non puo’ essere un surrogato della giustizia, mentre la fraternità ne è certamente il suo completamento. Oggi scardinare certi confini significa portare una prospettiva politica nuova, questa è la dimensione del presente e non ci si puo’ chiamare fuori. Tradotto in azione significa giustizia sociale e retributiva e universalità dei diritti della persona umana. Su questo argomento Cardinal Martini, ma anche recentemente Tettamanzi, hanno fatto delle belle provocazioni». Molte associazioni, compresi i sindacati, hanno vissuto per alcuni anni una crisi d’identità, sempre più sbilanciata verso i servizi. Anche alle Acli è accaduta questa cosa? «Certo, i servizi sono stati e sono una realtà viva, un modo di dare risposte concrete alle domande della gente. La loro evoluzione accompagnata da una legislazione complessa ci ha però costretto ad essere presenti con una mole di impegni anche gestionali che ne hanno assorbito le forze e caratterizzato l’immagine. Insomma l’aspetto organizzativo ha prevalso su quello associativo. Fare associazionismo oggi è ben diverso rispetto a dieci anni fa, perché ciò che prevale è l’individualismo e io credo che oggi alla domanda perché uno si debba iscrivere alla Acli, bisogna dare una risposta diversa, o perlomeno non legata solo ai servizi. Siamo chiamati ad una sfida politica che per noi significa attivare una nuova metodologia di lavoro. Forse una prima risposta potrebbe essere quella di attivare un piccolo centro studi». Il rapporto con le parrocchie è ancora il motore propulsore dell’associazione? «È ancora funzionale, soprattutto nelle realtà piccole. Oggi possiamo contare su settanta circoli e più di settemila associati e, partendo da un progetto nazionale, abbiamo aperto uffici nuovi riservati agli immigrati. Credo che attualmente noi dobbiamo recuperare un ruolo di laicità e di autonomia perché è lo stesso tessuto sociale che si sta evolvendo e i nostri interlocutori non possono essere più solo le parrocchie».
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