«Io, ultimo contadino, a rischio di esproprio»

Il futuro carcere minaccia di far tramontare le ultime imprese agricole della zona di Bizzozero

«La mia famiglia lavora la terra a La Villa (foto) da due generazioni. Questa terra mi serve per produrre il sostentamento per i miei animali. Quella che mi lasceranno non servirà più». Luigi Marta, a naso 35 anni, e Omerio Offredi, più in là con gli anni. Sono i due contadini che vivono con personale apprensione il progetto del nuovo carcere. Se verrà costruito, i loro terreni rientreranno nel perimetro della nuova casa circondariale. 
L’Omerio è curvo, mani rugose, braccia lunghe sottili muscolose; due mesi fa questo anziano lavoratore dei campi, ha messo il vestito buono è sceso a Varese è entrato a Palazzo Estense, alle 9 di sera ed è rimasto fino alle due notte ad attendere che il consiglio comunale decidesse in merito al carcere. Ci è rimasto male. 
Non ci sarà la massa dei bizzozeresi a sostenere il movimento anticarcere, ma loro ci sono sempre. 
Fanno parte di un mondo di cui si considerano con orgoglio misto a rassegnazione due sopravvissuti; sentono che quel fazzoletto di terra potrebbe non essere più loro tra non molto. 
Il problema è più del giovane, a dir la verità. 
Il problema è che questa vicenda rischia di diventare emblematica. 
Luigi Marta alleva mucche. I suoi appezzamenti di terra divisi tra la Villa e la piana di Luco producono fieno per le sue 40 mucche. Le sue 40 mucche forniscono quotidianamente 4 quintali di latte a Prealpina Latte, fiore all’occhiello delle aziende municipalizzate a difesa del prodotto locale. 
«Di questa zona sono rimasto l’unico ad avere questa attività – spiega Luigi – altri allevatori sono sparsi per il territorio, ma da queste parti sono il solo».
Tempo fa gli è arrivata una lettera dal comune di Varese: «Il suo terreno è interessato dal progetto del nuovo carcere», segue in allegato delibera, planimetria e quant’altro. 
Tradotto: esproprio.  Di quel terreno dove lui ha investito il capitale per allestirvi una concimaia e dove insistono i suoi trattori.
Non si sa quando, non sa con quale contropartita. 
Sa però che rischia di veder dimezzate le proprietà. «Non mi basterà la terra che lasceranno per allevare le bestie, la  conseguenza è la perdita del lavoro». 
Settecento lire al litro, è quello che percepisce il produttore dall’azienda. «Erano 850, 10 anni fa» dice confermando di essere rimasto attaccato alla vecchia moneta. Basta questo dato per capire che non si sciala, da queste parti e con questo mestiere. In compenso il fieno da acquistare può arrivare a  costare 40mila al quintale. 
«Già adesso con le estati così calde è difficile avere un secondo taglio, a dicembre siamo già costretti ad acquistarlo fuori. Con le terre dimezzate la situazione sarà ancora più drammatica». 
Dal comune dopo la prima comunicazione, nessuna altra nuova. «Nessuno mi ha fatto sapere se avrò un rimborso, ma qualunque sia sarà insufficiente. Tutto il mio capitale è su quei campi e nei macchinari. Rivenderli è come vendere ferri vecchi».
Ma le sue considerazioni spaziano anche molto più in alto. «Qui nessuno si rende conto che noi svolgiamo ancora un’attività benefica, che la nostra terra serve ad ossigenare il territorio e che una costruzione al posto del bosco sarà un danno enorme, anche per la salute di tutti».
Il mero interesse personale coincide nel caso con la salvaguardia di un bene collettivo.  
Aspetti culturali, questi, di cui la Lega si è sempre pronunciata alfiere.  

 

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Pubblicato il 01 Luglio 2004
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