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«I dati sulla presenza di Ddt e il Pcb nel grasso di alcuni pesci del Ticino sono stati comunicati nel luglio del 2003 agli enti interessati, tra cui le province di Novara, Varese, Milano e Pavia e tutti i Comuni delle aree protette. Quindi tutti lo sapevano». A parlare è Pietro Mocchetto, presidente del Parco del Ticino piemontese, che lo scorso hanno commissionò all’Arpa lo studio sull’inquinamento delle acque del Fiume Azzurro. Non sembra sorpreso del rumore provocato dalla divulgazione dei dati, complice forse la splendida quiete di Villa Picchetta a Cameri, sede del parco piemontese. Sta di fatto che la quantità di inquinanti trovate nel grasso di anguille e barbi è allarmante, ma forse più preoccupante è la mancanza di coordinamento tra gli enti e gli organismi territoriali interessati al parco, considerato che gli ultimi dati sulla salute del Ticino risalivano al 1994 e quelli relativi all’inquinamento del Lago Maggiore al 1996. (foto sopra: Pietro Mocchetto, presidente del Parco del Ticino piemontese) «Aver commissionato questo studio – continua Mocchetto – non è un merito, è il nostro dovere. Noi siamo qui per preservare un’area naturale e quindi dobbiamo essere a conoscenza dello stato di salute delle acque visto che è il fiume che caratterizza il parco. La sensazione è che non sempre ci siano una regia e un’azione coordinate dei vari enti. Se c’è un problema con l’Arno in provincia di Varese, che è uno dei quattro affluenti incriminati, questo va affrontato preventivamente e in maniera sistemica. Insomma manca la programmazione di un territorio e una finalità comune negli intenti e negli obbiettivi». I dirigenti del parco piemontese nel luglio del 2003 avevano convocato un’assemblea con tutte le istituzioni interessate e, nell’agosto successivo, in una seconda riunione, avevano elaborato un piano di monitoraggio, inviato immediatamente anche alle Regioni Lombardia e Piemonte. «Noi siamo partiti dalle indicazioni fornite in quelle due riunioni e abbiamo fatto un piano quinquennale per una spesa di 387 mila euro (lo studio di cui si parla è costato 8 mila euro ed è stato finanziato dal parco ndr), che dovrebbe essere finanziato dalle regioni. Un monitoraggio serio deve essere fatto nel lungo periodo, per poter verificare gli effetti sull’intero ecosistema del parco».
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