|
Il ristorante L’Opera è sempre lì all’angolo di piazza Garibaldi, dirimpetto al vecchio teatro Condominio. Ma la vecchia gestione, quella che poteva riaccendere flash di memoria sulla vita del vecchio teatro, non c’è più. Anche nella vetusta farmacia dalla boiserie ottocentesca, pochi metri più in là, l’anziano titolare, ha lasciato il campo a nuove generazioni. Per loro il glorioso Condominio è poco più che un cinemino con annessa sala giochi, chiuso da anni. Occorre percorrere il quadrilatero della piazza per trovare, nell’aristocratico palazzo che sorge accanto al vecchio teatro la Lisetta Gigli, un’anziana e distinta signora il cui padre è stato tra gli animatori del Condominio: «Era una piccola Scala o un piccolo Manzoni», racconta con orgoglio. Palchetti, paramenti, lampadario regale, acustica perfetta, bon ton, e la Gallarate bene che animava la sera via Sironi per riversarsi poi a L’Opera a soireé conclusa. «C’era la fila ad ogni spettacolo, niente da invidiare a Milano. E poi incontri importanti, conferenze.. e che relatori», non le viene in mente nessun nome in particolare, ma quasi si emoziona. Ma non importa. I legami tra il piccolo Condominio e la Scala erano stretti. Le opere di Bellini, Donizzetti e Verdi erano qui di casa. Negli anni venti debuttava in via Sironi Toti dal Monte, il soprano che poi diventerà una stella scaligera interpretando l’Amina della Sonnambula di Bellini, trionfando nella Gilda nel Rigoletto verdiano. Ma Milano era vicino anche per altro. Fecero scalpore, raccontano la titolare della libreria Carù, altro storico testimone di epoche lontane, le serate futuriste ospitate dal piccolo teatro. Marinetti e soci dalla metropoli scendevano in provincia per le loro serate in libertà. Era il segno che Gallarate contava, la fotografia di una vivacità culturale e di una modernità di cui il teatro era il luogo buono. Da qui, lo ricorda la lapide ancora incastonata nel bugnato della facciata, si affacciò Cesare Battisti a pochi mesi dall’inizio della prima guerra mondiale. «Io mi ricordo invece quando i miei genitori mi accompagnarono alla prima di Ben Hur» è il ricordo di Elena Zeni, titolare di una boutique d’abbigliamento nella piazza retrostante a quella del teatro. Sono ricordi più recenti, di quando il teatro smise di essere teatro per diventare cinema. Già un primo restauro subito dopo la seconda guerra portò all’eliminazione dei famosi banchetti d’onore che facevano tanto capitale. Chi ne sapeva molto di questa vicenda era la sfortunata Maria Adelaide Binaghi, l’ispettrice di sovrintendenza scomparsa il mese scorso. I Binaghi erano una di quelle famiglie storiche che possedevano letteralmente "in condominio" il teatro. Fin dalla fondazione erano i Pastorelli, i Ponti, i Cantoni gli artefici della prima industrializzazione tessile della città i titolari del teatro. Erano circa un centinaio, tutta la Gallarate che contava, ciascuno con il loro palchetto. In condominio ne presiedevano le attività. Il nome è poi rimasto anche se da molti anni il locale aveva perso l’agibilità e gran parte della sua aurea. Tolti i banchetti, tolto il vecchio sipario dipinto da Gerolamo Induno era rimasto un cinema anonimo, che ha visto gli ultimi fuochi negli anni cinquanta con le affollate serate dedicate a Felice Musazzi e ai suoi Legnanesi. Lo ricordano quasi con una smorfia. «L’opera lirica degli anni d’oro era un’altra cosa».
|
Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.