CONFERENZA PROGRAMMATICA DELL’ARTIGIANATO
Milano, 28 gennaio 2005, Auditorium Consiglio Regionale. La relazione di Giorgio Merletti
CONFERENZA PROGRAMMATICA DELL’ARTIGIANATO Milano, 28 gennaio 2005 Auditorium Consiglio Regionale _____________________________________________________________________________ II Sessione LE ASPETTATIVE E LE PROPOSTE DELLE IMPRESE
“Azioni per la competitività delle microimprese nell’economia lombarda: semplificazione e aggiornamento normativo”
relazione di Giorgio Merletti – Presidente di Confartigianato Lombardia in rappresentanza di Confartigianato, Cna, Claai, Casa
Autorità, egregi colleghi, gentili ospiti, permettetemi innanzitutto di salutarvi calorosamente e di ringraziare in particolare il Presidente Formigoni, l’Assessore Pozzi e i rappresentanti della Regione Lombardia, che ci ospita, ed i colleghi di tutte le associazioni di categoria dell’artigianato lombardo, presenti, che ho l’onore di rappresentare in questo momento. Sento il “peso” della responsabilità delle oltre 260mila imprese artigiane attive nella nostra Regione le cui esigenze e aspettative siamo qui oggi a definire per cercare di individuare le linee comuni e condivise per il loro sostegno e il loro sviluppo. Entro subito nel merito del mio intervento partendo da quella che considero una svolta fondamentale per il futuro dell’imprenditoria minore: la nuova definizione comunitaria di microimprese e pmi entrata in vigore meno di un mese fa, il primo gennaio 2005. La Commissione europea ha adottato i nuovi criteri per la definizione di micro, piccola, e media impresa decisi dalla “Raccomandazione" dell’8 maggio 2003, dal punto di vista della suddivisione del numero di dipendenti, della soglia del fatturato e del totale di bilancio. Questi i nuovi “valori soglia” entrati in vigore a livello europeo: – è una piccolissima o micro impresa quella che conta meno di 10 dipendenti, che ha un fatturato annuo inferiore o pari a 2 milioni di euro e che ha un totale di bilancio inferiore o pari a 2 milioni di euro. La novità sostanziale è che le soglie del fatturato e del totale di bilancio non erano definite nella passata definizione del 1996; – è una piccola impresa quella che conta da 10 a 49 dipendenti, che ha un fatturato minore o pari a 10 milioni di euro e un totale max di bilancio di 10 milioni di euro. Nella passata definizione queste soglie erano rispettivamente di 7 e 5 milioni di euro; – è una media impresa quella che conta da 50 a 249 dipendenti, che ha un fatturato annuale minore o pari a 50 milioni di euro (il limite era di 40 milioni) e un totale di bilancio massimo di 43 milioni di euro (27 milioni nel 1996).
Nella “Raccomandazione” della Commissione del maggio 2003, che a sua volta si rifà alla Carta europea per le piccole imprese del 2000, si attua il passaggio fondamentaledella compiuta e nuova definizione delle micro e piccole imprese per le quali, per la prima volta, si contemplano soglie finanziarie precise. Si tratta dunque di una decisione solo apparentemente formale perché, sempre nelle intenzioni della Commissione, “dovrebbe contribuire ad agevolare i programmi di sostegno delle autorità regionali e nazionali per questa categoria di imprese”, in merito a quelli che sono i fattori più importanti di intervento a favore dello sviluppo, ovvero l’agevolazione all’accesso al credito, la promozione degli investimenti nell’innovazione e nell’attività di ricerca, la promozione di raggruppamenti di imprese.
Viene subito da domandarsi ora qual è, nel nuovo contesto decritto, la posizione di questa categoria di imprese, in Europa , in Italia e nella nostra Regione. I dati dell’Osservatorio delle PMI europee offrono un quadro aggiornato della situazione. Da molti anni ormai le piccole imprese rappresentano il 99,8% di tutte le imprese europee. In particolare le micro (0-9 dipendenti) sono il 92,3%, le piccole (10-49 dipendenti) il 6,5%, le medie (50-249) l’1%, mentre le grandi con più di 250 dipendenti sono “solo” lo 0,2%. Micro, piccole e medie occupano complessivamente il 69,8% dei lavoratori europei.
L’Italia batte l’Europa: per numero di imprese micro, piccole e medie sono il 99,9% del totale (contro il 99,8% dell’Europa) e occupano l’83,6% dei lavoratori (contro il 69,8% europeo). Da notare che solo le micro imprese (0-9) rappresentano il 94,9% sul totale e occupano il 48% dei lavoratori. Rispetto all’Europa risulta anche significativamente più elevato il ruolo delle microimprese in termini di formazione di fatturato e,soprattutto, del valore aggiunto: 32,5% contro, per esempio, l’8,5% della Germania e il 19,5% della Francia. Per quanto riguarda la Lombardia non dispongo al momento di dati così aggregati e così aggiornati, ma considerando la nostra Regione una di quella a più alta densità di pmi in Italia, non possiamo se non confermare, e semmai considerare più elevati, i dati appena espressi su base nazionale.
A conferma: in Europa sono solo 18 su 264 le aree in cui l’industria rappresenta la specializzazione produttiva prevalente, di queste 5 sono in Italia (Lombardia, Piemonte Veneto, Emilia Romagna, Marche). Analizzando la situazione italiana sono 15 su 100 le province in cui il manifatturiero garantisce oltre il 40% del reddito e dell’occupazione. Ben 5 delle 15 province più industrializzate appartengono alla Regione Lombardia (Bergamo, Brescia, Como, Lecco e Varese). Dal censimento del 2001 rileviamo che in Lombardia le imprese operanti erano oltre il 15% del totale nazionale, e che le esportazioni rappresentavano oltre il 28% di tutte le esportazioni italiane. Ma l’aspetto da sottolineare è appunto la pluralità di specializzazioni e di comparti che caratterizzano l’imprenditoria lombarda, un elemento che rappresenta un punto di forza per l’intera Regione. Le micro e piccole imprese sono le “vere giganti” della nostra economia.
In Lombardia, e in particolare nelle due zone a più forte sviluppo cioè la conurbazione Milano-Varese-Como e quella di Bergamo-Brescia, la forza del tessuto produttivo è rappresentata da quella rete di relazioni interindustriali che davvero rappresenta il maggior fattore di competitività della Regione. Qui esistono tutte le competenze umane, manageriali e tecnologiche di cui un’impresa ha bisogno, qui esiste la specializzazione e una rete di produttori conto terzi in ogni ramo di attività. Questo è il vantaggio che dobbiamo difendere. E’ evidente che ogni indebolimento del tessuto connettivo riduce il vantaggio competitivo per le imprese e si ripercuote sulle altre. La nostra Regione ha finora retto abbastanza bene ai processi periodici che hanno pesantemente ridimensionato nel corso degli ultimi decenni il numero degli addetti del settore. Negli ultimissimi anni però si èmanifestata un’erosione del tessuto produttivo dovuta alla crisi strutturale di vari comparti, in particolare il settore manifatturiero, attribuibili alla concorrenza estera, al calo della domanda, e a una serie di disinvestimenti di attività industriali da parte di investitori italiani ed esteri che ha coinvolto un numero notevole di medie e grandi imprese. Fenomeni questi che hanno indebolito notevolmente il comparto industriale lombardo anche se contestualmente e sulle ceneri delle imprese chiuse, delocalizzate o ridimensionate, sono sorti nuovi modelli di imprenditoria, con professionisti di elevata competenza che hanno saputo offrire e trasmettere una sana “voglia” d’impresa: elementi questi che rendono ancor oggi la Lombardia il cuore pulsante del sistema Italia. E così oggi la realtà delle micro, delle piccole e medie imprese in Lombardia si mostra profondamente diversa rispetto a qualche decennio fa. Vediamo di descriverla e delinearne i più importanti cambiamenti. Tra le molteplici possibilità di descrizione del nostro comparto quella che preferisco e che più valorizza le varie realtà da cui è composto, è quella che prevede la suddivisione delle micro imprese in sei macroaree ovvero: ¨ artistica e tradizionale, ¨ manifatturiera di produzione, ¨ edilizia ed arredo urbano, ¨ di servizio per il sistema produttivo, ¨ di servizio per le persone e le famiglie, ¨ di servizio di rete. Questa suddivisione è in grado di comprendere anche i grandi cambiamenti che si sono verificati in questi anni e che riguardano i mutamenti nei modelli di produzione, nel concetto e nelle forme di lavoro autonomo e anche nel contesto economico locale e territoriale.
Gli elementi di modernità che si riscontrano nei nuovi modelli di produzione risiedono nella capacità dell’imprenditore di innovare, fare rete e sistema, esplorare e conquistare mercati di nicchia, puntare alla qualità. Ciò che oggi rende la produzione delle micro e piccole imprese competitiva, a dispetto delle dimensioni ridotte, delle carenze infrastrutturali, della mancanza di strutture di sostegno e di normative adatte, sono in sintesi quei fattori di flessibilità e creatività che anche la grande impresa cerca di imitare. Il vero valore aggiunto di un’impresa di successo è dunque nel patrimonio di conoscenze e di relazioni, fatto di fattori immateriali della produzione quali l’organizzazione, la gestione finanziaria, la commercializzazione, la logistica, la sicurezza, la progettazione, i marchi, l’immagine, la comunicazione e la certificazione. Sono questi i fattori che rendono anche le micro imprese parte integrante di un’economia moderna, globalizzata e competitiva. Un altro aspetto che sottolinea la modernità della micro impresa è dato dalla trasformazione del concetto e delle forme del lavoro che l’imprenditore, artigiano e non, sta attuando e che è perfettamente definito nel concetto di "capitalismo personale". Un capitalismo animato da persone che impegnano in azienda e nella propria professione autonoma intelligenza e passione oltre che beni e affetti e investono su se stesse, assumendosi i rischi in prima persona. E questi sono gli artigiani, i piccoli imprenditori e i professionisti che sono comunque imprenditori di se stessi e che si relazionano, si aggiornano e cercano nuove forme di tutela e rappresentanza. Una platea che si allarga, che cerca e ha bisogno innanzitutto di identità. Questa nuova imprenditorialità in cerca di un’identità definita si trova inoltre oggi ad operare nel territorio in un contesto socio-economico basato ancora sul ruolo di cinque attori: gli imprenditori che fanno gli investimenti, gli amministratori locali che velocizzano le procedure e forniscono gli spazi, le banche locali, le associazioni che accompagnano le imprese, le Camere di commercio che svolgono l’importante ruolo di organizzatori e promotori delle iniziative economiche sul territorio, le Università e i centri di ricerca che sostengono lo sviluppo. Ma oggi a un’impresa, per essere competitiva, non sono più sufficienti, come prima, fattori di contiguità e vicinanza, di sapere condiviso nel territorio o di relazioni fiduciarie di vicinato.
Le micro e piccole imprese sono sempre più proiettate verso mercati più ampi e inserite in un’economia di flussi (finanziari, di informazione, di merci e persone) sempre più complessi. Non sono dunque le peculiarità imprenditoriali da sole che determinano la capacità competitiva, ma la loro collocazione all’interno di una catena del valore quella formata dai main contractor, i fornitori, i terzisti, i distributori, i fornitori di servizi. Una catena che genera vantaggi competitivi e che occorre rafforzare. Ed è questa una delle sfide più importanti che dobbiamo sostenere. Attorno alle sfide della crescita per le micro e piccole imprese, e dello sviluppo della competitività, ruotano dunque scelte strategiche. Diventa sempre più necessaria una risposta di sistema che mobiliti tutte le risorse presenti nella Regione. Anche dal punto di vista normativo e della semplificazione amministrativa che favorisca queste scelte e la possibilità per le imprese di innovarsi, aggregarsi e rafforzare le relazioni di rete. Ma anche a questo sottende, come già sottolineavo, la necessità di definire con chiarezza la nuova identità dell’imprenditore e dell’impresa e in particolare della micro impresa moderna e del loro ruolo nel territorio. E per definire l’identità dell’imprenditore moderno occorre valorizzare le dinamiche evolutive dell’impresa artigiana e del lavoro autonomo, salvaguardando, quali micro e piccole imprese, nel contempo gli aspetti tradizionali che sono alla base del successo dell’impresa stessa. E anche sul piano della rappresentanza occorre dare peso politico al tessuto della micro e piccola impresa: un peso politico quantomeno adeguato al suo peso economico.
Questo tessuto produttivo deve essere reso visibile ed egemone rispetto alle grandi scelte di politica economica e sociale, diventando un punto di riferimento centrale per la politica dei fattori in Lombardia. Per definire il suo ruolo nel territorio la sfida sta nella capacità del locale di connettersi con il globale, legandosi ad una proposta e a una competenza riconoscibile e apprezzata dal circuito globale. Il territorio deve poter offrire conoscenza e competenze a carattere distintivo, reti, infrastrutture, qualità ambientale e servizi adeguati, così come fondamentale risulta la dotazione di autonomie funzionali in grado di connettersi con il globale (aeroporti, fiere, interporti, nodi della logistica, università e istituzioni). E chi può garantire queste dotazioni? Il compito è del ruolo strategico esercitato dalle istituzioni e dal sistema della rappresentanza attenta alla devolution e alle trasformazioni dello Stato inteso come “Stato leggero”. Da noi imprenditori insieme alla Regione e ai processi di governace dipende la ricostruzione dei fattori contestuali del vantaggio competitivo. Da noi dipende definire una strategia organica che dia voce alle esigenze della micro e piccola impresa e ne supporti lo sviluppo che sia ascoltata e accolta dalla Regione stessa. Ma da noi dipende anche e soprattutto dare un volto a questa realtà non solo riconoscendone la forza economica, sociale e politica ma anche definendone una nuova identità giuridica e normativa, in linea con le indicazioni espresse anche dalla Comunità europea e con la raccomandazione appena entrata in vigore, in rapporto anche con l’evoluzione delle esigenze del sistema economico lombardo appena analizzato. Ed è sulla scorta di queste considerazioni, che a nome di tutte le associazione di rappresentanza dell’artigianato lombardo propongo che la Regione si doti di una strategia organica che definisca a livello giuridico l’identità della micro e piccola impresa lombarda. E questo a partire dal Titolo V della Costituzione. Una legge che comprenda e nello stesso tempo superi le esperienze del passato integrandosi su una base solida con una politica dei fattori che rappresenti la vera spinta allo sviluppo.
Perché se è vero che l’Europa deve promuovere in modo più efficace lo spirito imprenditoriale, ancora di più dobbiamo e possiamo fare noi oggi insieme. Possiamo, a partire da questa legge fondamentale e unica, attivare tutta una serie di fenomeni di spinta e attrazione imprenditoriale fondamentali per il futuro della micro e della piccola impresa. Fattori di spinta, ovvero tutta quella serie di esperienze e conoscenze accumulate che influiscono sullo spirito e sulle aspirazioni imprenditoriali, e fattori di attrazione che riguardano componenti oggettivi del mercato (accessibilità delle fonti, metodi di produzione, condizioni economiche e finanziaria, disponibilità dei fattori produttivi). Questi fattori possono essere ricondotti ad azioni comuni e condivise indipendentemente dalla tipologia dell’impresa. Mettiamo a disposizione la nostra profonda conoscenza di questa realtà e tutta la nostra capacità di analisi dei bisogni e delle esigenze derivante dal contatto quotidiano e continuativo con gli imprenditori. Solo partendo da questo infatti è possibile tradurre e anticipare quei processi innovativi in grado di riportare con decisione la nostra Regione ai massimi livelli di sviluppo e competitività d’Europa come spinta propulsiva per l’intero sistema Italia.
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