Infermieri “clandestini” nella sanità, un fenomeno diffuso
Intervista con Flavio Nossa, segretario provinciale welfare CGIL, dopo le ultime clamorose indagini su alcune strutture sanitarie
Dopo la scoperta dell’esistenza di 43 "non infermieri" al lavoro in strutture sanitarie varesine convenzionate con l’Asl o addirittura pubbliche, la conclusione da trarre è fondamentalmente una: sono troppi i lavoratori che "spacciano" una professionalità superiore a quella che hanno, e troppe le aziende che utilizzano, per attività complesse, persone senza la formazione necessaria.
E’ una scoperta fatta dai Nas, ma è anche l’attività costante dell’Ispettorato del lavoro che da sempre denuncia il lavoro nero e grigio che si utilizza nella nostra provincia. Quella da poco scoperta, che coinvolge tre strutture di una certa importanza, ha infatti l’aria di una situazione diffusa, che va aldilà del contingente. Per capire di più ne abbiamo parlato con Flavio Nossa, segretario provinciale welfare CGIL.
Allora, si tratta di un semplice fatto di cronaca o di una situazione diffusa?
«E’ una situazione che si è creata soprattutto dopo la separazione tra Asl e azienda ospedaliera: una volta infatti il "parco infermieri" provinciale poteva essere distribuito da un unica struttura – la Usl, appunto, cioè l’ente che ora si chiama asl – a seconda del bisogno. Ora chi fa l’infermiere deve scegliere tra l’attività in un asl o l’attività ospedaliera, creando però una rigidità notevole sulle disponibilità delle strutture»
Questo avviene nelle strutture pubbliche. Ma che c’entra con le cliniche private?
«Il sistema per cui si è passati da strutture pubbliche a cliniche private già lo si conosce, fa parte della riforma sanitaria della regione Lombardia. E’ vero inoltre che gli infermieri in effetti scarseggiano ed è ora più difficile entrare nella professione . Inoltre, è molto difficile per un infermiere straniero riuscire a convertire il proprio diploma: a volte passano anche 2 anni. Ma il meccanismo che ha creato la deriva è quello delle cooperative di lavoro, già noto in altri settori: da quando è possibile appaltare alle cooperative questi servizi, si è creato il caos, si è perso il controllo della professionalità. Perchè i dipendenti non rispondono direttamente alla struttura sanitaria, ma alla cooperativa».
Come si esce da questo Far West?
«Per il momento, sembra che non se ne esca. E’ proprio la struttura sanitaria in generale che "istiga" a questo tipo di espedienti. E l’unico sistema è "bastonare" con controlli severi, come è appena accaduto. noi chiediamo per esempio da mesi all’Asl se intende mantenere l’accreditamentro delle strutture coinvolte in questi fatti. Inoltre noi chiediamo di poter facilitare il percorso formativo di nuovi infermieri»
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