«Stiamo piangendo sul latte versato. E le banche ci girano le spalle»

La crisi del tessile vista da Dario Terreni, imprenditore tessile

Gallarate e Busto Arsizio sono conosciute in tutto il mondo per le aziende tessili disperse su tutto il territorio. A pochi giorni dall’apertura del "Salone del Tessile", la situazione è sempre più preoccupante. La liberalizzazione del mercato cinese ha assestato un duro colpo soprattutto alle piccole e medie aziende che operano nel settore tessile e calzaturiero. Se infatti prima della liberalizzazione i metri di stoffa importata dalla Cina erano tanti, così come i semilavorati e i prodotti già confezionati, dall’inizio del 2005 sono troppi. E diventeranno sempre di più.

Dario Terreni è il titolare della "Imago Tessile", azienda con sede a Cardano al Campo. Per lavoro visita le Fiere di tutta Europa e ha quindi un osservatorio privilegiato e il polso della situazione: «Le ripercussioni del 2004 sono pesanti, i numeri di cassaintegrati e licenziati sono in forte crescita. Tessiture, tintorie, ricamifici stanno pagando una situazione internazionale che non offre garanzie e soluzioni all’orizzonte. Il dato relativo all’importazione, soprattutto dalla Cina, di prodotti semilavorati, greggi, tinti o semi tinti è emblematico. Fino a poco tempo fa il lavoro era fatto tutto in Italia, da manodopera italiana. Con l’import in crescita di prodotti già confezionati il lavoro italiano è pesantemente penalizzato».

Il grido d’allarme non è nuovo, sono almeno due anni che da Cardano è partito l’sos, senza essere recepito dalle autorità competenti: «Purtroppo stiamo piangendo sul latte versato. La situazione a questo punto è irrecuperabile. Si va nella direzione opposta a quella che sarebbe utile. La quantità di tessuto importato è destinata ad aumentare. Inoltre le banche hanno cominciato a ristrutturare l’accesso al credito, per cui le piccole e medie imprese non si possono più permettere nemmeno di investire nell’import, non avendo grandi captali da mettere sul piatto. È una lotta impari con le grandi aziende. La situazione europea non è certo migliore. In Italia abbiamo una marcia in più dovuta alla qualità del prodotto che offriamo, ma è una risorsa per una piccolissima porzione di mercato che può dedicarsi a una nicchia d’eccellenza. Gli altri sono destinati a morire».

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Pubblicato il 18 Gennaio 2005
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