La Cultura degli italiani

Tullio De Mauro mette a nudo l’arretratezza culturale della nostra nazione nel panorama europeo

Se l’acquisizione della nozione di declino industriale del nostro Paese ha richiesto un congruo tempo di elaborazione, ora la bella intervista a Tullio De Mauro “La cultura degli Italiani” mette a nudo l’arretratezza culturale della nostra nazione nel panorama europeo e illustra le ragioni profonde della regressione di un certo capitalismo familiare.

I dati forniti da De Mauro sono davvero impressionanti: in Italia su rilevazione del 1999 solo il 42 per cento della popolazione adulta ha un diploma, mentre la media europea è del 59 per cento e in Germania è dell’81 per cento. Il 9 per cento degli italiani adulti ha una laurea, mentre la media europea è del 21 per cento.

Inoltre, più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti ed oltre quindici milioni sono a rischio di analfabetismo di ritorno.

Allora, come sorprendersi se su dati del 2002 in Italia si sono vendute 102 copie di quotidiani ogni  mille abitanti rispetto a una media europea di 270 copie e sostanzialmente è rimasta invariata la percentuale di lettori degli anni ’50 . Di fatto, quattro abitanti su dieci sono fuori gioco, perché se “comprassero un giornale non saprebbero leggerlo”, e se si passa alla lettura dei libri il 77 per cento delle famiglie non possiede più di 50 – 100 libri, mentre una media oscillante tra il 20 per cento e il 35 per cento di persone che occupa posti di rilievo sociale non legge un libro all’anno.

Paradossalmente, Baghdad, prima dei bombardamenti, offriva ai suoi abitanti più luoghi di lettura pubblica di Roma ed il 97 per cento dei nostri non lettori “nemmeno immagina che esistano delle biblioteche”.

Inoltre, nel nostro Paese è sempre stata considerata elevata la cultura umanistica e marginale quella scientifica, cosicché il distorto funzionamento della ricerca applicata fa si che noi produciamo 750 brevetti produttivi all’anno, mentre la Spagna ne deposita 2000 e Francia, Germania, Gran Bretagna addirittura 12, 15, 20 mila l’anno.

Pertanto, in questo quadro preoccupante, il problema non è solo quello altisonante della fuga di cervelli, ma quello di una vera e propria crisi di credibilità del nostro Paese, che rinvia ad una responsabilità storica delle nostre classi dirigenti, nel non aver scelto di investire nel bene istruzione. Le responsabilità ricadono sul percorso delle generazioni che si susseguono ed oggi la situazione rischia addirittura di aggravarsi, stante la scelta del governo Berlusconi di penalizzare la scuola pubblica, abbassare di due anni l’obbligo ed attraverso la canalizzazione precoce sancire la divisione tra scuole liceali e scuole regionali “professionali”.

Per De Mauro, ovviamente, c’è bisogno di una decisa inversione di tendenza, che persegua l’obiettivo d’una “crescita complessiva delle capacità di cultura intellettuale dell’intera nostra società”. Le scelte da compiere sono precise: generalizzare la scuola per l’infanzia, elevare l’istruzione obbligatoria e sviluppare i centri territoriali per l’educazione permanente degli adulti, se si vogliono combattere le sacche di analfabetismo che si annidano nelle pieghe delle società consumiste.

Non mancano le energie intellettuali per porsi questi obiettivi ambiziosi, in quanto la nostra scuola elementare è apprezzata nell’ambito della Comunità Europea ed anche l’esperienza dei maestri di strada, che si battono contro l’evasione dall’obbligo scolastico, rappresenta una significativa esperienza di controtendenza rispetto alla degenerazione dei rapporti sociali. Se effettivamente l’azione educativa deve coinvolgere “non uno di meno” ma “uno di più”, diventa essenziale incrementare le quote di spesa, di istruzione e ricerca, consapevoli, però, che lo scenario internazionale è tutt’altro che favorevole.  Infatti, De Mauro evidenzia come vi sia un disegno dei potentati mondiali che mira a mercificare il bene istruzione e a ricondurlo nell’ambito delle scelte delle famiglie sulla base del censo.

La scuola pubblica e garantita non piace, è sovversiva, perché la crescita dei livelli culturali può insidiare equilibri consolidati di potere. Perciò chi avrà un certo reddito sarà in grado di garantirsi scuole ed università ad alto livello, mentre chi avrà redditi bassi o precari dovrà accontentarsi di un basso livello d’istruzione. Proprio perché all’orizzonte si profila il rischio di una accentuazione delle disuguaglianze, la sfida attorno ai livelli di sapere e dell’istruzione riguarda il futuro delle nostre democrazie e attiene a quell’idea di eguaglianza sostanziale contenuta nell’articolo 3 della nostra costituzione.

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 La Cultura degli italiani
Editori Laterza
pag. 243
€ 10.00

 

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Pubblicato il 03 Febbraio 2005
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