Buoni pasto, la degenerazione di un’idea

Il flusso della produzione e dell’utilizzo dei buoni pasto è definito una filiera. Lo si direbbe piuttosto un anello, un circuito con quattro stazioni: i buoni pasto vengono stampati dalle società emittenti, che li vendono ai datori di lavoro, che li danno ai propri dipendenti, che li utilizzano presso gli esercenti convenzionati con le emittenti, che li presentano alle emittenti per ottenerne il pagamento. Il cerchio si è chiuso, con degli attriti, con delle perdite, con delle diseconomie.
Questa storia ha origini prettamente fiscali e contributive. Infatti non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente le somministrazioni in mense aziendali, o le prestazioni sostitutive, anche se affidate a terzi. E parimenti questi costi non sono assoggettati a contributi sociali. Ciò vale quindi anche per i buoni pasto, entro un limite di 5,29 euro giornalieri.
In questo contesto legislativo, si sono costituite imprese che hanno come oggetto l’emissione di buoni pasto da spendere presso esercizi convenzionati e il rimborso di questi buoni pasto normalmente a scadenze mensili. Questo artificio configura l’esborso del datore di lavoro per l’acquisto dei buoni pasto quale costo di prestazione sostitutiva di somministrazioni in mense aziendali. Su di esso non si pagano quindi né tasse né contributi sociali. La funzione della impresa emittente dei buoni era agli inizi rimunerata con una commissione circa del 3% a carico dell’esercizio, che a fine di ogni mese ottiene il rimborso di questi buoni.
Tutto è poi degenerato. Tra tanti concorrenti, i datori di lavoro (organismi privati e pubblici) hanno giocato al ribasso e sono riusciti, quando si tratta di strutture con un alto numero di dipendenti (Ministeri, Ferrovie dello Stato, Enel, Telecom, e simili), ad ottenere sconti fino ad oltre il 18 %. Di questo scarto si avvantaggia il datore di lavoro.
La commissione addebitata ai pubblici esercizi dal 3% è lievitata in certi casi al 13%, e il pagamento dei buoni usati avviene dopo anche più di 60 giorni.
Non riesco a capire come certe società emittenti possano far quadrare i conti. Vendono con uno sconto del 18% qualcosa che pagano con uno sconto del 13%. E la differenza? Penso si rifacciano con il gioco finanziario sui giorni intercorrenti tra l’incasso e il pagamento. Ma mi paiono differenze e tempi che non ce la fanno ad equilibrarsi. Probabilmente queste società perdono con grandi utenti, e guadagnano con la clientela più piccola e di minor forza contrattuale. E’ una situazione instabile e pericolosa.
In tutto questo discorso l’ultima cosa che entra in discussione è la qualità dei pasti. E certo gli esercenti devono coprire i loro costi, e la tentazione di ridurre quantità e qualità dei cibi erogati è forte. Resta poi la considerazione che un panino offerto è lo stesso per chi paga con buono pasto o chi paga in contanti. La questione è difficile, e non mi stupisco delle agitazioni di questi giorni e del rifiuto di accettare buoni pasto.
Mi stupisco semmai del fatto che tutte queste considerazioni e notizie già emergono nel verbale di una tavola rotonda tenuta alla Camera dei deputati il 5 maggio del 2004 (più di un anno fa) dove si concludeva dichiarando che la situazione non consentiva più rinvii. Probabilmente è ora in corso di messa a punto un provvedimento legislativo che regolerà la questione; infatti il ministro dell’Economia Siniscalco ha dichiarato alla recente assemblea annuale di Confcommercio che bisogna porre uno stop a certe speculazioni sui buoni pasto e per questo è urgente una regolamentazione del settore.
La questione è complicata, perché su di una problematica fiscale e contributiva si sono innestati arzigogoli burocratici e interpretativi, che hanno consentito intraprendenze commerciali e speculative. Vorrei andare alla sostanza, alla ricerca di semplicità e efficienza. E se per legge si stabilisse che 5,29 euro (o un più congruo valore aggiornato) della retribuzione giornaliera sono esenti da imposta e da contributi sociali, nell’assunto che siano destinati al vitto? Potrebbe poi darsi, ribatterebbe il burocrate, che qualcuno si porti da casa la schiscetta e spenda quei soldi andando al cinema o comprando un paio di calze, anziché consumare un pasto. E allora? E chi se ne importa? La maggior parte dei dipendenti continuerebbe a mangiare pasti presso i pubblici esercizi, pagando in contanti, e la qualità del servizio sarebbe garantita dal vecchio gioco della libera concorrenza: sarebbero preferiti gli esercizi che danno buon vitto rispetto ad altri.
Mah, che sia troppo semplice?

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Pubblicato il 25 Giugno 2005
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