Stefano Angei: “Non basta dire che va tutto bene, Varese ha problemi veri”

Il consigliere comunale della Lega parla di sicurezza, commercio, università e cantieri. «Per Varese serve una persona preparata e una squadra capace di lavorare insieme per cambiare davvero la città. Abbiamo tanti leghisti con queste caratteristiche»

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«Sono nato e cresciuto a Biumo. Mio papà e mia mamma sono nati a Biumo, mio nonno materno è nato a Biumo, mia nonna materna è nata a Morosolo. Solo i miei nonni paterni erano nati in Sardegna. Quindi si capisce bene come mai il mio legame con Biumo è così forte».

Stefano Angei dal 2021 è consigliere comunale a Varese nel gruppo della Lega. Ha iniziato ad appassionarsi di politica quando era ancora un ragazzino restando impressionato da un discorso di Umberto Bossi che parlava del valore della propria terra. Nato nel 1997 in un anno che ha segnato diverse svolte come la nascita di Google, la scelta dell’open space che avrebbero portato alle low cost, quella del nostro giornale, mentre la sua vita ha sempre avuto come centro Varese.

«Per me Biumo è casa nel senso più pieno del termine. È il luogo dove voglio tornare quando finisce la giornata. Posso andare per lavoro a Milano o a Roma, ma il pensiero è sempre quello di tornare a Biumo. Quando lavoravo in Regione Lombardia avevo stampato una foto della Madonnina in Prato e l’avevo messa dietro la scrivania. Era un modo per sentirmi comunque sempre a casa».

A proposito di Regione: dal 2018 al 2025 ha lavorato lì come istruttore amministrativo. Che cosa faceva esattamente?

«Lavoravo nella segreteria della vicepresidente del Consiglio regionale, Francesca Brianza. Mi occupavo della parte istruttoria degli atti: quindi seguivo l’analisi dei provvedimenti nelle commissioni e tutto il percorso fino all’approdo in Consiglio regionale. Era un lavoro molto interessante perché permetteva di capire davvero come funzionano i processi decisionali all’interno delle istituzioni».

Oggi che lavoro fa?

«Dopo le ultime elezioni regionali ho scelto di cercare un lavoro nel settore privato. Volevo avere una mia indipendenza totale e non essere legato esclusivamente alla politica o alle istituzioni. Adesso lavoro per una multinazionale con sede a Varese che si occupa di dispositivi medici per diabetici».

È laureato in giurisprudenza all’Università dell’Insubria. Ha mai pensato di fare l’avvocato?

«Sì, ci ho pensato e mi sarebbe anche piaciuto. Però molti amici più grandi e diversi compagni di università che poi sono diventati avvocati mi hanno sempre sconsigliato quella strada. Mi dicevano che il mestiere è molto cambiato negli anni e che oggi è molto più complesso rispetto a prima. E poi c’è un altro aspetto che personalmente mi ha sempre lasciato qualche dubbio: l’idea di mettere in mano la propria vita professionale a un unico esame di Stato, preparato magari per più di un anno. È una cosa che non mi convinceva molto».

In un suo profilo social si descrive così: “piedi piantati a terra, amore per il territorio, capacità di ascolto, moderazione e ideali”. Che cosa significa?

«Significa ricordarsi sempre perché si è arrivati in una posizione di potere. Anche se magari si hanno rapporti con il ministro, con il presidente di Regione o con il sindaco, bisogna ricordarsi che si è in quella posizione per offrire un servizio al cittadino. Non si deve mai commettere l’errore di pensare di essere superiori agli altri. Quando si parla con una persona — che sia il panettiere o il direttore di una banca — sono tutti allo stesso livello».

Quando nasce la sua passione per la politica?

«Molto presto. Avevo 12 o 13 anni. Stavo guardando la televisione e vidi un servizio con Umberto Bossi che parlava in piazza del Podestà a Varese. Era già un Bossi malato, ma parlava della terra, del bene per Varese. E io mi incuriosii molto. Ho pensato: voglio capire chi è questa persona e cosa dice. Così chiesi a mia madre di portarmi in piazza. Poi iniziai a vedere i gazebo della Lega e mi avvicinavo timidamente per chiedere qualche informazione. Un vecchio leghista, Lazzarini, mi portò nella sede storica della Lega e iniziò a raccontarmi la storia del movimento. Mi diede dei gadget e mi chiese dieci euro. Io glieli diedi. Poi mi disse che i gadget me li regalava, ma che voleva insegnarmi che è giusto riconoscere il valore delle cose. È un episodio che mi è rimasto molto impresso».

Poi arriva anche l’incontro con Marco Pinti…

«Sì. Un giorno si presentò in sede uno strano personaggio con un taccuino. Prese il mio numero e mi disse che mi avrebbe fatto contattare dai giovani della Lega. Quel personaggio era Marco Pinti, allora segretario cittadino. Mi disse che avevo 13 o 14 anni e che forse era il caso che iniziassi dal movimento giovanile. È così che ho iniziato a militare, stiamo parlando del 2011-2012. Sono entrato nella Lega pochi mesi prima dello scandalo del cosiddetto cerchio magico e delle scope di Maroni».

Oggi molti giovani si tengono lontani dalla politica. Come se lo spiega?

«È una domanda che mi faccio spesso e alla quale faccio fatica a dare una risposta precisa. Probabilmente la politica non riesce più a parlare ai giovani delle loro necessità. Credo anche che ci sia molta delusione verso i discorsi dei politici, non solo verso le promesse. Lo si vede anche dal tasso di astensione alle elezioni, che è molto alto soprattutto tra i giovani».

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Stefano Angei è stato protagonista di diverse “battaglie” amministrative e non ha mai nascosto un certo fastidio per come Varese sarebbe peggiorata. «Da ragazzino andavo a giocare nel parco sopra la biblioteca, che si raggiunge da una scalinata della biblioteca dei ragazzi ed è dietro il liceo musicale. Ora se avessi quell’età non ci proverei più, e probabilmente mia mamma non mi lascerebbe andare».

Sono passati sette anni da quell’intervista su Biumo, lei parla spesso di sicurezza. C’è un problema reale o è soprattutto una questione di percezione?

«Secondo me ci sono entrambe le cose.  Se i cittadini percepiscono meno sicurezza, l’amministrazione deve intervenire. Non si può liquidare la questione dicendo che è solo una sensazione. Da ragazzino andavo a giocare nel parco sopra la biblioteca dei ragazzi, dietro il liceo musicale. Già allora, quando tornavamo a casa che faceva buio, i genitori iniziavano a preoccuparsi perché si vedevano in giro personaggi poco raccomandabili. Poi la situazione è peggiorata e il parco è diventato anche luogo di spaccio. Quando si passa dal bulletto di quartiere allo spacciatore il problema cambia completamente. Da piccolo andavo a giocare anche al parco Perelli. Le mie nipoti invece non ci sono mai andate perché non è più lo stesso parco: frequentazioni diverse, degrado, manutenzione del verde peggiorata».

Crede che tutto questo dipenda da chi amministra?

«Il Comune ha competenze sulla sicurezza urbana, non sulla sicurezza pubblica che è dello Stato. Però la sicurezza urbana significa presenza sul territorio, attenzione e controllo. Per fare un esempio concreto basta pensare al vigile di quartiere che era una promessa elettorale dell’attuale amministrazione. Ma in questi anni non è stata realizzata. Ogni giorno possiamo riscontare degrado e poca attenzione. Sabato sono sceso in centro, ho parcheggiato in piazza della Motta e in trenta metri ho incontrato dieci venditori abusivi di fiori e braccialetti, anche con bambini. Nulla contro di loro come persone, però nel salotto buono della città una situazione del genere non dovrebbe esserci. Ho segnalato la cosa alla polizia locale e ho scritto all’assessore chiedendo se ritiene che sia un compito della polizia locale intervenire oppure no».

Uno dei temi più discussi di queste settimane riguarda l’area di Belforte. Perché è contrario al progetto?

«La sicurezza stradale è un tema giusto e sacrosanto e io stesso ho fatto numerose mozioni per mettere in sicurezza alcuni passaggi pedonali. Il problema è la compensazione degli interessi. Se per intervenire devo stravolgere una delle arterie principali della città, invertire sensi di marcia, togliere parcheggi e creare chilometri di piste ciclabili su una strada dove difficilmente verranno usate, allora il problema c’è. Si creano disagi enormi ai residenti, ai commercianti e agli utenti. Se le persone non riescono più a raggiungere facilmente i negozi di vicinato, quei negozi chiuderanno. E quando chiude un negozio non si perde solo un servizio: si perdono anche posti di lavoro».

Un’altra sua critica riguarda i grandi cantieri della città.

«Sì. Ho fatto un accesso agli atti sui lavori pubblici aperti dal 2016 ad oggi che non sono ancora conclusi e i dati sono preoccupanti. Villa Mylius ha accumulato più di 1400 giorni di ritardo e lo stesso vale per l’ex caserma Garibaldi».

Proprio la caserma Garibaldi è uno dei punti su cui si sofferma di più arrivando anche a farne una mozione. Perché?

«Perché parliamo di una struttura enorme, grande più o meno come due supermercati. Solo per i costi fissi il Comune spenderà circa 100 mila euro all’anno. Se non si ha una visione chiara su come utilizzarla, diventa un problema. Secondo me bisognava sedersi attorno a un tavolo con Regione Lombardia, Università dell’Insubria, Camera di Commercio e gli altri soggetti coinvolti e capire di cosa la città e le istituzioni avessero davvero bisogno. Se l’università ha bisogno di spazi, di aule o di laboratori, una struttura come la caserma Garibaldi in pieno centro città è perfetta. Portare gli studenti in centro significa far vivere il centro. Uno studente che vive magari all’ex Hotel City e deve andare a lezione a Bizzozero prende l’autobus e se ne va. Se invece studia in centro, vive il centro: prende il caffè, mangia un panino, studia nelle biblioteche, frequenta i negozi. E questo cambia anche la percezione della sicurezza. Una città viva è una città più sicura. Non basta mettere un poliziotto o un vigile: bisogna mettere la città nelle condizioni di essere vissuta».

Qual è oggi il problema più sottovalutato di Varese?

«L’attrattività. Varese è una città con tante vocazioni ma nessuna davvero definita. Non è pienamente turistica, non è davvero universitaria, non è completamente sportiva. Oggi un ragazzo di 30 anni che vuole farsi una famiglia sceglierebbe di vivere a Varese o magari a Casciago o Morosolo? Molti scelgono i paesi intorno perché hanno la città a due passi ma non devono subire traffico, difficoltà di parcheggio e altre problematiche».

Nelle ultime settimane la sua attenzione è arrivata anche a Sacro Monte. Perché?

«Varese ha due siti UNESCO: il Sacro Monte e l’Isolino Virginia. In molte altre città questa cosa sarebbe sfruttata moltissimo dal punto di vista turistico. Invece manca una visione. La stessa maggioranza aveva parlato di fare degli Stati generali del Sacro Monte, ma non sono mai stati fatti. Il Sacro Monte vive perché è bello e conosciuto, ma non c’è una strategia strutturata. L’accessibilità è uno dei grossi nodi. Bisogna decidere come arrivarci in modo semplice e organizzato: parcheggi, navette o altre soluzioni».

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Un libro per dialogare con la storia

A novembre Angei ha pubblicato Dialoghi immaginari, ma non troppo. Racconta venti personaggi storici molto diversi tra loro: Jan Palach, Che Guevara, Mino Pecorelli, Federico I Barbarossa, Marie Curie, Niccolò Paganini, Nicolas Flamel, Ettore Majorana, Papa Giovanni Paolo I, Riccardo Cuor di Leone, Alcide Cervi, Nilde Iotti, Paul Tibbets, Winston Churchill, Papa Bonifacio VIII, Hiroo Onoda, Henry Kissinger, Licio Gelli, Alberto da Giussano, Giulio Andreotti.

Nel suo libro Dialoghi immaginari, ma non troppo fa dialogare personaggi lontani tra loro. Quale figura manca alla politica italiana oggi?

«Direi Giulio Andreotti, perché in un momento geopolitico complicato come quello che stiamo vivendo servirebbe quella capacità tutta italiana di muoversi tra diplomazia, realismo e politica».

Qual è quello che invece le farebbe paura incontrare?

«Licio Gelli. C’è troppo mistero».

A proposito sempre dei suoi personaggi, se oggi Alberto da Giussano potesse guardare la politica italiana, secondo lei sarebbe orgoglioso di questa Lega o chiederebbe che cambiasse?

«Secondo me chiederebbe di più, perché da condottiero dovrebbe spronerebbe sempre le truppe a fare di più. C’è sempre un margine di di miglioramento, c’è sempre un margine per essere più incisivi, essere più idealisti».

Guardando invece alla Lega di oggi: quanto è cambiata rispetto alle origini?

«La Lega ha attraversato molte metamorfosi: prima Lega Autonomista Lombarda, poi Lega Lombarda, poi Lega Nord. Sono cambiamenti che a volte hanno rafforzato il partito e a volte lo hanno messo in difficoltà. Ma il DNA di un leghista è rimasto lo stesso. È quello che ci ha permesso di resistere quando eravamo al 4%, quando eravamo al 30% e anche oggi».

Tra dieci anni si vede più amministratore locale o politico nazionale?

«Amministratore, ma non sto lavorando per qualcosa di definito a livello personale. Quando ho fatto la mia prima campagna elettorale nel 2021 ho fatto una sola promessa agli elettori: impegnarmi al massimo delle mie possibilità. Era l’unica promessa che potevo mantenere davvero. Ho preso 135 voti e credo di aver cercato di onorare quell’impegno».

Nel 2027 Varese tornerà al voto. Che tipo di sindaco servirà alla città?

«Una persona che ami Varese, che conosca bene la macchina comunale e che abbia voglia di lavorare. Non servono supereroi e diffiderei di chi dice di avere la soluzione magica. Serve una persona preparata e una squadra capace di lavorare insieme per cambiare davvero la città. Abbiamo tanti leghisti con queste caratteristiche».

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Pubblicato il 11 Marzo 2026
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  1. Avatar
    Scritto da Roby60

    Buongiorno,
    Mi chiedevo dopo questo articolo, se avete così tante persone capaci nella lega, come mai quando siete stati per anni al comando della città non avete mai fatto niente per migliorarla sia per viabilità che per la sicurezza e il degrado? Se non ricordo male l’università è stata portata da Voi a Bizzozzero,adesso vi siete pentiti?
    Siete al comando anche in altre città , vedi Gallarate ” non mi sembra che la sicurezza e la droga le abbiate sconfitte”.

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