Pdci: “Astensionisti retrogradi e vili”
Lettera del Partito dei Comunisti Italiani sul referendum del 12 e 13 giugno
Riceviamo e pubblichiamo
Il 12 e 13 giugno si voterà per il Referendum con quale si vogliono abrogare alcune norme contenute nella legge sulla procreazione medicalmente assistita.
Man mano che si avvicina la data del voto, si assiste ad un crescendo di spiegazioni e controspiegazioni sulla necessità di cambiare la legge attuale o di mantenerla in vigore, magari per introdurvi successivamente delle modifiche. Tra i sostenitori dell’abrogazione di tutti o parte delle norme sottoposte a referendum ci sono stimati e preparati studiosi e docenti nelle Università dello Stato, i quali ultimamente hanno intrapreso uno sciopero della fame per ottenere una corretta e completa informazione su tutte le problematiche connesse alla controversa materia.
Tra i sostenitori del mantenimento della legge i Presidenti del Senato e della Camera, rispettivamente seconda e terza carica dello Stato, nonché le gerarchie ecclesiastiche pressoché al completo, Papa in testa.
E’ di tutta evidenza che il personaggio di spicco della cultura, dell’arte, della politica, che dichiara come si comporterà al voto, lo fa non tanto per bolsa vanagloria, ma per trascinare votanti a comportarsi come lui, essendo che c’è sempre stato e c’è tuttora abbondante un parco di iscritti nelle liste elettorali che si determina a votare seguendo un proprio beniamino, scegliendo un voto che potremmo dire “firmato”, come chi ormai per comprare il più stupido oggetto, non sapendone apprezzare la qualità intrinseca, lo compra in base alla “firma” che su di esso qualcuno che la sa lunga vi ha apposto.
Sennonché, i presidenti del Senato e della Camera dei deputati, proprio in quanto rappresentano tali Assemblee parlamentari, asurgono ad una posizione, che viene dagli stessi ribadita ad ogni insediamento, super parte, che supera i vari schieramenti e le varie e contrapposte forze politiche, nell’interesse dell’ buon funzionamento dello Stato nel suo complesso. Ma se sono super partes, come giustificano, la dichiarazione di appartenenza ad un determinato schieramento referendario? La risposta è facile: Dichiarano di essere indifferenti dinanzi agli schieramenti politici, ma non lo sono affatto tra lo schieramento laico e quello clericale, al quale sono pienamente subordinati.
Le gerarchie ecclesiastiche, a loro volta, come in occasioni precedenti, sono scese massicciamente in campo per incidere sul risultato del referendum, cioè per far restare la legge così come è adesso. L’intervento della Chiesa cattolica nella mischia referendaria ha fatto gridare all’attentato contro la laicità dello Stato, si che addirittura s qualcuno si è spinto più di uno a gridare all’interferenza contro lo Stato, interna, da parte dei suoi vescovi e, internazionale, promanando essa da quell’unicum territoriale che è lo Stato della Città del Vaticano, donata nel 1929 da Mussolini al Papa, sottraendola agli italiani, come ai tempi Ferdinando III di Borbone aveva regalato a Nelson la Ducea di Bronte sottraendola ai siciliani. In entrambi i casi per servigi ricevuti per mantenere il proprio potere.
E’ però stato facile alle gerarchie ecclesiastiche ed ai loro banditori invocare quelle libertà costituzionalmente garantite che se spettano al più dimesso dei cittadini non si vede perchè non dovrebbero spettare ad una eminente organizzazione come la Chiesa cattolica. E con piena ragione. Anzi!
Il problema non è se la Chiesa cattolica – e le altre confessioni religiose presenti in Italia, che però con maggior prudenza tacciono – possa o debba dire la sua in occasioni di elezioni e di referendum. Lo ha sempre fatto, almeno dal 1948, con vario esito nelle elezioni politiche, con scarsa fortune nelle prove referendarie.
Scese in campo massicciamente per abrogare la legge sul divorzio e fu sonoramente sconfitta; altrettanto fece con la legge sull’aborto, e fu battuta.
Sarà per calcolato edonismo, sarà per allentato freno morale, fatto è che il popolo italiano, quando c’è stato da scegliere tra una soluzione raccomandata, anzi prescritta, dalla Chiesa cattolica ed una diversa ed opposta, in sede di referendum ha scelto sempre la soluzione opposta a quella prescritta dalla Chiesa cattolica.
Come ciò sia potuto accadere lasciamo alla perspicacia dei lettori e degli elettori.
Basta solo richiamare la proposizione 80 del Sillabo, mai abrogato, laddove Pio IX sanciva che “é in errore chi pensa che il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col liberalismo, col progresso e con la moderna civiltà.”
La Chiesa cattolica ha codificato il suo atteggiamento nei confronti del progresso scientifico e sociale. Esso ne deve essere volto a contrastare entrambi gli aspetti.
Così ha fatto in Italia col divorzio, ed è stata battuta. Così ha fatto con l’aborto, ed è stata battuta. Così sta facendo con la procreazione assistita ed è già battuta, sotto quell’aspetto che tanto spesso indica alle masse dei propri fedeli la Chiesa cattolica, l’aspetto morale. Proprio così: qualunque sarà l’esito numerico del referendum del 12 e 13 giugno, la Chiesa lo ha già perso, come moralmente perdono coloro che barano al gioco delle tre carte o della zecchinetta.
Nei referendum, è scesa in campo prescrivendo di votare in un certo modo, ed ha sempre perso, seppure con l’onore delle armi. Ha combattuto, ed ha prevalso l’avversario.
Ma questa volta ha già perso l’onore e non solo delle armi! Per il prossimo 12 e 13 giugno, la Chiesa cattolica, consapevole della sicura prevalenza degli votanti favorevoli alla abrogazione delle norme sottoposte al vaglio referendario, ha preferito sottrarsi alla franca e leale competizione a colpi di argomenti, ed ha scelto di competere col vile artificio della induzione al non voto, per avvantaggiarsi senza merito alcuno della percentuale cosiddetta fisiologica di indolenti che solitamente diserta le urne elettorali e che supera il terzo dell’elettorato. Ciò significa che basta che un 17% di elettori si aggiunga ai non votanti tradizionali per conseguire quel risultato – di mantenere la legge – per il quale altrimenti occorrerebbero la metà più 1 dei votanti, vale a dire oltre il 25%. Questo all’evidenza determina che la competizione referendaria tra i due schieramenti è palesemente iniqua a danno degli abrogazionisti.
A questo punto gli elettori dovrebbero con la loro partecipazione massiccia al voto, sanzionare adeguatamente la sleale e capziosa manovra elettorale delle gerarchie cattoliche, assicurando il raggiungimento del quorum, consentendo quindi una corretta e onesta manifestazione di democrazia nel nostro Paese.
Osvaldo Bossi – PdCI Gallarate
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