Meditazione estiva sulla crisi petrolifera

La rubrica sospende le sue pubblicazioni fino a settembre: si tratta delle vacanze estive. Nell’accomiatarmi vorrei fornire a me stesso e ai lettori argomenti di meditazione in questa prolungata pausa dal quotidiano lavoro. L’ argomento è serio e problematico, e fors’anche mal si concilia con la spensieratezza a cui si tende sotto un ombrellone sulla spiaggia o su un prato montano profumato di pini. Tuttavia (e anche questo rientra nella ispirazione a meditare) richiamo in questa occasione il messaggio evangelico che esorta: “anche voi siate preparati, perché nell’ora che non supponete il Figlio dell’uomo viene” (Luca 12, 40). Quindi, estote parati, siate preparati.
Sono riprese le trasferte in Isvizzera per fare il pieno di benzina e risparmiare qualcosa; infatti il prezzo del barile di petrolio ha superato i 50 dollari e, chissà perché, il prezzo della benzina oltre confine è sensibilmente inferiore rispetto all’Italia.
Abbiamo già sperimentato la crisi petrolifera nel 1973: è stata un’esperienza inquietante e, sotto diversi profili, esaltante. Nel giro di un paio di giorni erano scomparse dai negozi scorte di zucchero e di altre derrate conservabili. Questo ci ha dato il senso della fragilità del nostro sistema di approvvigionamenti. E nello stesso tempo le domeniche, senza uso di automobili, hanno suscitato un entusiasmo ludico per cui si vedevano persone, che non dovevano andare da nessuna parte, spostarsi in città con un calesse e così dimostrare a se stesse che sapevano trovare soluzioni e agli spettatori che erano piene di risorse e di spirito. Per parte mia feci con la famiglia e con i cani bellissime gite in bicicletta su strade altrimenti molto trafficate.
Ma quella crisi era determinata da una scelta politica dei membri arabi dell’OPEC di non inviare petrolio ai paesi che avevano sostenuto Israele nella guerra dello Yom Kippur contro l’Egitto. Le forniture calarono solo di circa il 5%, ma i prezzi del petrolio quadruplicarono. E’ stata quindi una crisi transitoria; il petrolio c’era, e presto sarebbe ritornato.
Ora la situazione è diversa. Ci si rende conto che le riserve di petrolio si esauriscono. L’estrazione di petrolio segue, come molti altri fenomeni, una curva gaussiana, a forma di campana. Dagli inizi della produzione la curva si innalza man mano che nuovi giacimenti sono scoperti e nuovi pozzi entrano in produzione. Finché non si raggiunge il culmine della curva dopo di che inizia il declino irreversibile. La International Energy Agency, ente che raccoglie dati da tutti i paesi produttori di petrolio, ritiene che il culmine sarà raggiunto tra il 2013 e il 2037, dopodiché la produzione globale dovrebbe diminuire circa del 3% all’anno. Altri pensano che il culmine sarà raggiunto già fra tre anni.
Se teniamo conto che la fame energetica del mondo è in continuo aumento, e se consideriamo come nel 1973 una diminuzione di fornitura del 5% abbia generato la crisi che ricordiamo, le prospettive sono inquietanti.
E tanto più inquietanti se si considera che la disponibilità di petrolio condiziona ogni aspetto della nostra vita attuale: l’agricoltura, l’industria, il commercio, la finanza dipendono dal petrolio e, senza di esso, sarebbero al collasso. Anche l’utilizzo di fonti energetiche alternative, peraltro di dimensioni nemmeno lontanamente paragonabili a quelle del petrolio, dipende da una produzione industriale che sarebbe compromessa dalla mancanza di petrolio. Per predisporre alternative si pensa siano necessari dai 20 ai 50 anni di studi e ricerche. Se si pensa di cominciare ad occuparsene con grandi investimenti solo all’inizio della crisi, non ci sarebbe tempo perché si stima che il collasso della nostra società industriale sarebbe allora questione di mesi, non di anni. E non sarebbero nemmeno più disponibili i capitali per questa ricerca.
Non penso che il nostro modello di vita possa essere mantenuto. Che cosa si può cambiare, pur salvaguardando la piacevolezza della esistenza che abbiamo raggiunto? Tra le fonti alternative di energia più significative mi pare ci sia quella nucleare per l’elettricità. E dovremmo smetterla di viaggiare e trasportare oggetti per il mondo. Concentriamo la ridotta energia disponibile per sviluppare l’informatica, che ci consente di conservare e trasmettere la cultura e la conoscenza, per quelle produzioni industriali indispensabili (e qui si può aprire un grande dibattito su quello che si considera indispensabile) e per proteggerci dalle intemperie climatiche. Per il resto torniamo alla bicicletta, programmiamo dei viaggi in treno solo quando necessari, approfondiamo i contatti fisici tra concittadini vicini ed i contatti epistolari elettronici con amici lontani, rimpiccioliamo i confini del nostro mondo fisico ed espandiamo quelli di un mondo virtuale, ricerchiamo e troviamo appagamento nel dialogo peripatetico, diventiamo artisti, pensatori e filosofi.
Farò tutte queste meditazioni riposando nella mia casa in campagna, senza viaggiare, cercando di prepararmi. Infatti il dubbio non è se, ma solo quando questa crisi si presenterà.

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Pubblicato il 23 Luglio 2005
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