I grandi della Ignis rendono omaggio alla leggenda Gomelsky
L'ex allenatore dell'Armata Rossa è scomparso martedì. Il ricordo di Marino Zanatta ed Aldo Ossola
Era l’allenatore per eccellenza della pallacanestro sovietica. Aleksandr Yakovlevich Gomelsky, il "colonnello", è morto ieri, martedì, all’età di 77 anni per un cancro. A Gomelsky è legata la lunghissima e vincente epopea del basket targato Urss, sia nelle competizioni per club, sia in quelle per Nazionali. Uomo simbolo dell’Armata Rossa, l’attuale Cska, il colonnello Gomelsky con la squadra dell’esercito conquistò quindici titoli nazionali e alcune Coppa dei Campioni. Ricchissimo il palmarés con l’Unione Sovietica: otto campionati europei, due mondiali e l’oro Olimpico di Seul, forse la sua vittoria più rappresentativa, contro gli Stati Uniti. Dal 1995 fa parte della Hall of Fame di Springfield (dal cui sito è tratta la foto), al pari del grande rivale Nikolic e del giocatore-simbolo delle sue squadre, Sergej Belov.
Il nome di Gomelsky è però legato indirettamente anche alla storia della nostra città per via degli scontri sul parquet tra l’Armata Rossa e l’Ignis Varese, la valanga gialla allenata da Aza Nikolic. A ricordare la figura di Gomelsky, ma anche quella del coach dell’Ignis, ci pensano oggi Marino Zanatta ed Aldo Ossola, due grandi protagonisti della sfida infinita tra Varese e Mosca, tra sistema occidentale e sistema comunista. Una contrapposizione che, inevitabilmente, nasceva per motivi tecnici ma finiva per evidenziarsi nello stile di vita al di fuori del campo.
«È difficile giudicare un allenatore quando si è nei panni di giocatore – sostiene Marino Zanatta (nella foto) – soprattutto quando non si ha la possibilità di essere diretti da quella persona. Di certo però Gomelsky appartiene alla leggenda della pallacanestro, così come gli allenatori che guidarono in quegli anni l’Ignis ed il Real Madrid, le tre superpotenze continentali. Io non so quali fossero le sue difficoltà nell’allenare all’interno di un sistema chiuso cone quello dell’Unione Sovietica. Ricordo che in alcuni casi Gomelsky non veniva neppure alla partita per motivi interni». Motivi a volte legati alle sue origine ebraiche: nel 1972 ad esempio il Pcus non gli permise di guidare la Nazionale alle Olimpiadi di Monaco, poi vinte dall’Urss contro gli Stati Uniti, per timore di una sua fuga. «Gomelsky – ricorda Zanatta – e le sue squadre erano l’incubo di Aza Nikolic, il nostro allenatore jugoslavo. Tutto il suo lavoro era fatto in funzione dei russi che disponevano dei giocatori più forti e potenti in circolazione.
Inoltre Nikolic (foto da hoophall.com) era preoccupato dal fatto che i giocatori dell’Armata Rossa vivevano da professionisti, non nel senso "monetario" del termine, ma per la possibilità di allenarsi per tutto il tempo necessario. Detto questo torno a sottolineare che Gomelsky è stato capace di fare la storia del basket, in un’epoca in cui bisognava essere grandi uomini prima ancora di essere bravi tecnici. L’epoca in cui tra noi giocatori vigeva un tacito accordo: in campo non si facevano sconti, fuori invece si concludevano affari. Quando incontravamo l’Armata Rossa acquistavamo caviale, icone, macchine fotografiche di contrabbando, merci pagate anche con mesi di ritardo, in occasione del successivo incontro con l’Armata o la Nazionale. Un modo per quegli atleti di "arrotondare" uno stipendio lontano anni luce dai nostri standard».
La figura di Gomelsky è ricordata anche da Aldo Ossola, playmaker dell’Ignis (foto dal sito della Pallacanestro Varese). «Non sapevo della morte di Gomelsky, ne sono davvero dispiaciuto. Ora ha raggiunto una volta per tutte il professor Nikolic: due grandi signori della panchina. È difficile per me trovare un termine per definire Gomelsky: per noi era il padre, il padrone, il patriarca della pallacanestro sovietica. Con lui non avevamo un grande feeling, anche perchè allora si comunicava in un inglese non sempre buono. Però, a differenza del suo predecessore Alachachjan che era un "figlio di buona donna", Gomelsky ha sempre tenuto modi di fare molto signorili. Contro di lui ho giocato diverse volte, sia in maglia Ignis, sia con la Nazionale: nel primo caso siamo riusciti a vincere in alcune occasioni, ma con l’Italia non ce l’abbiamo mai fatta. Sconfiggere la "sua" Urss rimase un sogno. Andare a giocare a Mosca invece è sempre stato un incubo per Nikolic: il professore aveva molta paura per motivi politici. Ricordo che una volta Dino Meneghin acquistò un’icona di contrabbando e la nascose per scherzo nel bagaglio di Nikolic. Quando, una volta arrivati a Milano, aprì la valigia e trovò l’icona, per poco non rimase secco!»
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