Integrazione e tolleranza: le ricette del dottor Hazem

Il direttore della Farmacia comunale di Ferno al Terminal 1 dello scalo della brughiera, racconta la sua storia e il suo legame con l'Italia

 È arrivato in Italia nel 1979, un po’ spaesato nella grande Milano di allora in piena espansione, proveniente da un paesino di 12 mila abitanti a 30 chilometri da Nazaret, Cisgiordania, Palestina. Oggi è lo stimato direttore della farmacia comunale di Ferno, presso il Terminal 1 di Malpensa. Hamdan Hazem (foto) è un distinto signore di 45 anni, parlantina sciolta in un italiano perfetto e senza imperfezioni. Il suo è un esempio di integrazione come se ne vedono pochi, le sue parole esprimono un amore e una riconoscenza immensa per il Paese che lo ospita da 26 anni: «Sono arrivato in Italia per caso: studiavo tedesco, volevo andare in Germania. Poi ho trovato un bando del Comune di Milano per  studenti stranieri, sono stato aiutato dagli uomini dell’ambasciata italiana di Amman e ho deciso di venire nel Paese che oggi considero mio. Ho girato tanto in Italia, ovunque mi sono trovato bene, l’accoglienza è sempre stata all’altezza. Non sono d’accordo con chi dice che l’Italia è razzista, non si deve bollare un Paese per quello che dicono in pochi».

Musulmano credente, ma non praticante, il dottor Hazem ha avuto un impatto non convenzionale con la comunità islamica milanese: «Sono arrivato a Milano e gli addetti del Comune hanno portato me e i miei tre compagni di studi palestinesi a visitare la moschea del capoluogo lombardo. Noi non eravamo in Italia per pregare, ma per studiare. I miei contatti con la comunità musulmana non sono mai stati stretti, spesso chi frequenta le moschee tende troppo stesso a isolarsi dal resto della comunità, privilegiando i rapporti con chi vuole parlare solo di religione e preghiera. Sono molto legato al mio paese, alla terra che non abbiamo mai scelto, ma che ci siamo trovati: solo chi non ha un posto dove andare apprezza veramente cosa vuol dire appartenere ad un luogo. Io oggi sono italiano per scelta, ma il legame con la Palestina è indissolubile, anche perché là ci sono i miei fratelli e i miei nipoti».

Per quanto riguarda i problemi che la comunità islamica ha incontrato negli ultimi anni, in modo particolare a Gallarate, Hazem ha una sua spiegazione: «Mio padre mi ha insegnato che ogni straniero è ambasciatore di casa sua in ogni posto dove mette piede, quindi bisogna comportarsi per fare il meglio per se stessi e per il proprio paese. Io ho la fortuna di aver incontrato sempre persone che mi hanno accolto, e penso che dovrebbe sempre essere così. La tolleranza è un valore che anche il Santo Padre Giovanni Paolo II ricordava spesso: quello che è successo con la questione della moschea gallaratese va contro questi valori universali. Sono veramente deluso dalle parole che si sentono spesso, dette comunque da una minoranza: c’erano delle mele marce, è vero, ma penso sia il caso di non dare giudizi su un intero popolo per colpa di poche decine che sbagliano, lo trovo scorretto e sbagliato. Io ho chiamato i miei figli Miriam e Gabriele, ho sposato un’italiana,  cattolica, ho una famiglia che rappresenta un auspicio d’integrazione globale».

Dalla farmacia di Malpensa parte un invito alla tolleranza e all’integrazione: «Quella della farmacia di Ferno è una bellissima esperienza: un misto di pubblico e privato, dove al Comune sono affiancati farmacisti italiani, cattolici, e io, musulmano. Siamo un punto di riferimento per tutto lo scalo, per questo nei simboli abbiamo deciso di rappresentare sia la croce tradizionale delle farmacie occidentali, sia la mezzaluna rossa: multiculturalità e sana globalizzazione, queste sono le nostre ricette».

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Pubblicato il 26 Settembre 2005
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