“Volevo fare il supereroe”

Ha vinto tutto quello che c'era da vincere in campo nazionale ed internazionale nella disciplina del karate. Negli Usa è un mito vivente e i grandi maestri giapponesi lo considerano a loro volta un maestro. Emilio Bevilacqua racconta la sua storia a Varesenews

Emilio Bevilacqua, da un’intervista del 2003 sul nostro giornale.

Da piccolo aveva un sogno: fare il supereroe. Leggeva Batman e l’Uomo Ragno. Ha le mani da pianista, lunghe dita affusolate, ben curate. Niente musica però, anche se in famiglia c’è un certo talento. Lui ha scelto una strada diversa: il karate. Cinque titoli italiani consecutivi, quattro titoli europei, tre titoli mondiali, tre titoli internazionali tra cui il superamento della "Prova dei cinque anelli", una sorta di prova della vita per gli amanti delle arti marziali.  A tutt’oggi è l’unico atleta italiano che l’ha superata. Un curriculum che farebbe impallidire qualunque avversario: 341 incontri, di cui 339 vinti e due pareggiati. 

Negli Usa e in gran parte dell’Europa è considerato un mito, al punto che viene soprannominato "the Phenomenon". Quando sbarca in California ci sono centinaia di persone ad attenderlo all’aeroporto e la security si mobilita. Le sue frequentazioni abituali negli States sono Chuck Norris e Jean Claude Van Damme, divi del mondo della celluloide e a loro volta miti per i cultori delle arti marziali, che lo stimano e lo considerano un grande atleta. Una rivista specializzata lo ha paragonato a Bruce Lee. Nel 1998 Karate magazine lo ha definito "il più grande artista marziale degli ultimi quindici anni". Il suo fanclub conta circa 70mila iscritti , poco meno di quello della popstar Madonna. Si chiama Emilio Bevilacqua, ha trentacinque anni è nato a Taranto e vive a Busto Arsizio. Ad aprile del prossimo anno si recherà a Cincinnati per ritirare l’Oscar delle arti marziali. Ora si sono accorti di lui anche in Italia. Tutti lo coccolano, tutti lo inseguono: tivù, sponsor e appassionati dell’ultima ora. Bevilacqua ha superato la fatidica soglia, diventando un personaggio anche nella sua terra. Recentemente ha ricevuto il Premio Nazionale Cantello, come ospite speciale. Tutto questo lo diverte, sorride e appare un po’ sorpreso. Lui va avanti per la sua strada e in testa ha già la preparazione atletica per difendere, nel dicembre del 2002, l’ennesimo titolo mondiale . 

Bevilacqua puo’ spiegare come è nata questa passione per il karate?
"Fin da piccolo ero affascinato da alcuni personaggi uno di questi era Bruce Lee. Andavo al cinema a vedere i suoi film e poi una volta tornato a casa ne ripetevo le movenze, i gesti, cercando di riprodurne le tecniche. Sognavo di fare il supereroe, come l’Uomo Ragno, per fermare i cattivi e far del bene alla gente. Poi sono andato in palestra e a dodici anni ero già cintura nera. Il mio maestro mi guardava e mi diceva che avevo un talento naturale nel muovermi e che ero notevolmente superiore alle cinture nere più grandi di me. Poi nel 1982, a 16 anni, vinsi il mio primo Campionato Regionale e subito dopo i Campionati Italiani per ben cinque volte consecutive."

E la sesta, fu battuto?
"No. La federazione mi impedì di combattere perché, secondo loro, il fatto che non avessi avversari in Italia impediva un corretto sviluppo del vivaio. Allora divenne giocoforza guardare fuori dall’Italia."

Dove andò a combattere?
"In Europa e il 1987 per me fu la consacrazione ad ogni livello. Vinsi tutto quello che c’era da vincere: Campionato Europeo, Campionato Internazionale, Campionato Mondiale. Non mi allenavo quasi più, i movimenti venivano spontanei, naturali, senza fatica, con una rapidità che sorprendeva sempre i miei avversari. Quell’anno vinsi anche la durissima Prova dei cinque anelli."

Sembra quasi una prova iniziatica. In cosa consiste?
"In effetti è una cosa per addetti ai lavori alla quale assiste un pubblico selezionato. Una prova quasi impossibile, aperta a tutte le arti marziali, però con le regole del karate. Una speciale giuria sceglie cinque atleti, tra i migliori del ranking mondiale e uno che deve sfidarli. Venni scelto io. Due round di tre minuti ciascuno, senza pausa tra un combattimento e l’altro. Gli sfidanti, tutti di nazionalità diversa e appartenenti a differenti discipline, allineati sul tatami ad aspettare il loro turno. Superai la prova, ero sul tetto del mondo".

A poco più di vent’anni Emilio Bevilacqua non aveva trovato ancora il suo limite in tutto il mondo?
"È così. Io cercavo il mio limite, il confine. Poi ho capito che il confine lo trovi quando ti dai pace. Fino a quel momento tutto mi veniva facile: la velocità dei colpi, le intuizioni in gara. Ma più esprimevo quella potenza fisica, più non riuscivo a decodificarla. Corpo, mente e spirito viaggiano paralleli."

Quando ha capito tutto ciò?
"Nel mio viaggio in Giappone. Nel 1988 la Federazione americana  di karate mi aveva regalato uno stage nella terra del Sol Levante per un mese. I mesi diventarono nove e venni introdotto alle varie tecniche, compresa l’arte della spada antica."

Che importanza hanno avuto i maestri giapponesi nella sua vita di atleta e di uomo?
"Fondamentale. In particolare il maestro di Kenpo Fumio Nagae, uno straordinario insegnante che mi ha fatto comprendere quell’armonia di cui parlavo prima. Era un vecchietto classico: magro, barba bianca, ma con una forza incredibile. Lui mi metteva costantemente di fronte ai miei limiti."

In che modo?
"A questi maestri, alcuni di loro molto anziani, ho visto fare cose straordinarie, gesti atletici difficili anche per un giovane. Ma ciò che mi colpiva era il loro grado di consapevolezza, quella che a me mancava. L
a forza non sta nei muscoli, ma nella conoscenza di sé. Ricordo che, appena arrivato in Giappone, abbiamo fatto un viaggio all’interno di una folta foresta per arrivare, a bordo di un carretto, in un villaggio dove ci aspettava un maestro di spada. Ebbene, nel pieno della notte ci fermammo a dormire nel buio del bosco. Io avevo una paura folle, ero in un paese straniero, in un luogo che non conoscevo. Non dormii, fu una veglia. Loro avevano capito che avevo paura. Con mia sorpresa al mattino scoprii che eravamo vicinissimi al villaggio. L’obiettivo era lì a due passi e io non l’avevo percepito. Una grande lezione."

Che cosa pensava Fumio Nagae del mondo occidentale, delle gare e di tutto quello che ci gira intorno?
"Era critico, mi diceva che, dopo aver vinto tutto, l’attività agonistica non mi avrebbe arricchito più di quanto avrei fatto guardandomi dentro. Così nel 1992, quando vinsi l’ennesimo mondiale, presi il trofeo e glielo portai in segno di gratitudine, dicendogli che quel premio l’aveva vinto lui"

E lui come reagì?
"Mi disse che stavo diventando saggio."

Quando si cessa di essere allievi e si diventa maestri?
"Domanda difficile. Finita l’esperienza giapponese, i maestri, tra cui lo stesso Fumio Nagae, mi dissero di andare, che ero un maestro, perché da quel momento potevo imparare solo da me stesso. Io sinceramente non mi sento ancora tale. Io sento che dentro di me, grazie a loro, porto una nobiltà d’animo che si sostanzia nell’essere umili, nel rispetto dell’altro. L’umiltà è la vera regola da seguire."

Fumio Nagae è  morto da poco tempo. C’è qualcosa che avrebbe voluto fare o dirgli e che si rimprovera?
"Sì, avrei voluto essergli vicino, toccarlo nel momento della morte, e dirgli che aveva sempre avuto ragione lui

Le è capitato di vedere un piccolo Emilio Bevilacqua, un suo erede?
"Sì. Il talento lo distingui subito dal semplice atleta. L’ho visto in una palestra di Busto Arsizio, si chiama Riccardo, ha dieci anni. Lui è un talento del karate."

Ha ancora dei sogni nel cassetto?
"Un libro, un’autobiografia, che ho già iniziato a scrivere e fare del cinema. Penso che presto arriverà qualche proposta". 

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Pubblicato il 02 Novembre 2005
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