Aids e Africa: tra test obbligatori e condom proibiti
In occasione del World Aids Day giunge l’annuale rapporto dell’Oms sulla lotta contro la pandemia. In Uganda gli Usa finanziano la prevenzione, ma solo con l'astinenza
I media conoscono fin troppo bene le mode, ma i virus no. Se fino a qualche anno fa l’AIDS occupava costantemente le prime pagine dei giornali, oggi sembra quasi un problema risolto. Ma a ricordarci che c’è ancora molto da fare anche quest’anno il primo dicembre sarà la Giornata Mondiale contro l’AIDS, un evento che si ripete dal 1988. La scelta del giorno non è casuale, perché proprio il primo dicembre del 1981 è stato diagnosticato il primo caso di questa malattia. Da allora la ricerca ha fatto passi da gigante, ma l’HIV rimane un virus pericoloso, soprattutto nelle zone più disagiate del mondo, dove non si dispone di un’assistenza medica di qualità.
La domanda da porsi in questa giornata è: a che punto è arrivata questa lunga lotta? Come sempre risponde puntualmente il rapporto annuale dell’Oms, che per il 2005 svela un cauto ottimismo. Le indagini più recenti, infatti, indicano che in alcuni paesi il tasso di contrazione del virus è in flessione, pur crescendo il numero totale di affetti. Stati come il Kenya, lo Zimbabwe e la Regione Caraibica, per i quali l’AIDS era ormai una piaga tradizionale, mostrano negli ultimi anni un sensibile calo nella diffusione dell’HIV.
In ogni caso non è certamente giustificabile abbassare la guardia, perché si parla sì di percentuali in flessione, ma ugualmente troppo alte. In Kenya oggi l’incidenza del contagio tra la popolazione adulta è del 7%, mentre nello Zimbabwe il 21% delle gestanti rischia di trasmettere la malattia al figlio. Nel corso del 2005, infatti, le malattie collegate all’AIDS hanno mietuto più di 3 milioni di vittime, oltre 500mila delle quali bambini.
Inoltre rimane alla base del problema una scarsa informazione offerta nel terzo mondo, dove rimane molta ignoranza intorno alle modalità di trasmissione del virus. In 24 Paesi della regione subsahariana due terzi delle ragazze tra i 15 e i 24 anni d’età non hanno alcuna conoscenza delle modalità di trasmissione del virus. Durante una ricerca fatta nelle Filippine il 90% degli intervistati si è dichiarato convinto che l’HIV possa essere contratto mangiando insieme a una persona sieropositiva.
Inoltre quando si parla di aree come l’Africa le generalizzazioni sono decisamente fuorvianti. Esistono paesi dove il problema è affrontato come priorità, altri come una vergogna da trascurare. È di questi giorni, ad esempio, una particolare indiscrezione del Times, secondo il quale il governo del Lesotho avrebbe preso un provvedimento draconiano contro il virus, obbligando tutta la popolazione a sottoporsi al test dell’HIV. Proprio tutta la popolazione, re Letsie III compreso e in prima linea. Anche se le leggi internazionali proibiscono di rendere i test obbligatori, questa soluzione consentirebbe di raggiungere anche le comunità più isolate. Ciò aiuterà le autorità ad affrontare sistematicamente il problema.
Ma per un paese così determinato, ne esiste anche uno ben meno convinto. Dal 2003, infatti, il governo dell’Uganda ha iniziato a sostenere una politica che scoraggia l’uso del preservativo, proponendo l’astinenza sessuale come metodo prioritario di prevenzione. Come denuncia Action Aid, infatti, il governo avrebbe bloccato la distribuzione di 34milioni di preservativi Engabu (marca leader in Africa), con il pretesto di una loro presunta incompatibilità con i test di controllo qualità. Inoltre è stata imposta una fortissima tassazione sui condom, facendone aumentare il prezzo del 500%.
In realtà ciò che crea più confusione nella situazione Ugandese è il finanziamento del governo statunitense di 90milioni di dollari nella lotta contro l’AIDS. Un provvedimento giusto, ovviamente, ma con una clausola particolarmente controversa: i fondi possono essere usati solo a sostegno di campagne che promuovono l’astinenza come unico mezzo di contrasto alla diffusione della pandemia. Proprio in merito ai problemi dell’Uganda, Action Aid sta promuovendo una raccolta firme online.
Il rapporto OMS cita, come obiettivo per il futuro, una ulteriore diffusione dei sistemi di prevenzione. Dall’informazione, che è il primo in assoluto, all’agevolazione dell’acquisto dei condom. Senza dimenticare, ovviamente, la distribuzione gratuita dei farmaci per curare l’AIDS tra i poveri, soprattutto tra le future madri. Lo slogan del World Aids Day del 2005, in fondo, è chiaro: “Stop Aids. Keep the Promise”.
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