Chiara Camoni e Elisabetta Di Maggio alla duetart
La Galleria varesina presenta le opere tra oriente e occidente delle due autrici
I lavori nutriti di tempo di Elisabetta Di Maggio trovano compiutezza nei fragili materiali che resistono tenaci, offerti come per sfida al pericolo di una mano incauta, o anche solo dell’aria. Nascono così le opere di carta velina, pareti traforate con un gioco di rose e arabeschi che attraversa lo spazio tra Oriente e Occidente, spazio che è interstizio rubato alla carta attraverso un taglio sapiente e paziente, spazio infinitesimale percorribile solo con la mente, l’emozione. Col bisturi Di Maggio ha scavato anche la storia dei muri, cercando la vita dei vecchi intonaci, facendo fiorire l’intonaco dalla linfa delle vecchie vite nascoste, sedimentate e recuperate attraverso nuove ferite di tagli e indagini che purificano e lacrimano petali di scaglie di pittura che racconta la storia del muro, della casa o della galleria d’arte che è cresciuta nei decenni attraverso sovrapposizioni e stratificazioni.
Le porcellane in mostra alla duetart gallery, sottili come fogli di carta, sono appese come farfalle alla parete, fissate con spilli che già violano e feriscono la vita fragile di quelle lamine bianche su cui il bisturi ha inciso la storia: la porcellana qui è privata del suo uso domestico di vasellame da tavola, che riconduce al rito del té o del caffè, è spogliata di un ruolo legato all’idea di un ‘femminile’ che nutre e sostiene. I fogli scritti con la punta acuminata, che narra un racconto orale antico capace di legare infinite generazioni, sono immobili e impotenti: si affidano alla cautela dello spettatore, si fidano del rispetto dello sguardo che non tocca, non ferisce. Sorge il desiderio di proteggerli, di salvarli, ma l’artista dice decisa che insieme può nascere la voglia sadica di vederli crollare e frangersi in mille pezzi, per sentire il rumore secco e cristallino della porcellana, quando muore.
L’unico spazio, l’unico tempo possibile è quello che si può percorrere con la mente: Chiara Camoni si muove in un gioco di trasformazioni tra i regni, spezzando il confine tra minerale, vegetale, animale e umano, cercando di ridare vita alla morte, cercando la morte e contemplandola con sguardo di scienziato che osserva le forme della vita conoscendo con esattezza le fasi della nascita, della crescita, della morte e infine della decomposizione. Sguardo divertito il suo, forse ironico, certo ricco di vitalismo ed energia. Sempre venato di malinconia e di paura, come ben sintetizza la Spada di Damocle di creta che pende in galleria sulla testa degli spettatori come minaccia e monito, pur nella beffarda friabilità della creta. Camoni lavora sul tempo che ci attende, sul tempo che ci attraversa e sul tempo perduto. Lavora sui cambiamenti e le sovrapposizioni, sul cammino che la materia ha percorso fino ai giorni nostri, sul filo sottile tra possibile e impossibile, tra eventualità e verità. Studia i processi di trasformazione, di contaminazione tra le parti, il crescere e l’invecchiare.
Le fotografie in mostra rappresentano dei vecchi palazzi nobiliari del Sud: sono il risultato dell’incuria e di cattivi restauri, dell’abbandono e del tempo che ha segnato di rughe l’intonaco delle facciate, la linea delle finestre. Sono scatti che contemplano la decadenza e la morte, con la rabbia di pensare che nessuno abbia impedito il declino, con il dolore di sapere che nessun restauro, alla lunga, potrà impedire la fine. Ma la fotografia fissa l’attimo, è questo che Camoni vuole ottenere quando regala allo spettatore il palazzo ancora in vita, rubato – attraverso il suo farsi opera – alla legge del tempo. Nella finzione/realtà della fotografia il palazzo sarà sempre come oggi, imperfetto e morente ma vivo, salvato dalla fine.
Camoni è abile a giocare questa partita con la vita: nel sogno/bisogno di eternità tipico dell’artista, nel desiderio di onnipotenza, crea piccole sculture perfette in osso e le lavora con il bisturi o attrezzi di precisione da dentista: sono monili o piccoli oggetti ornamentali, reliquie di un passato che consentono, nel raggiungimento della bellezza assoluta, che la morte della materia riacquisti vitalità. È lo stesso progetto sotteso alla creazione delle piccole sculture in alabastro che rappresentano le diatomee, alghe microscopiche dalla membrana silicea, i primi esseri unicellulari del regno vegetale da cui sono nate le montagne: nate per essere puntate alle pareti, sono segno di piccolezza e di forza, di fragilità e indispensabilità. È la piccola cellula che crea la materia e la materia dunque deve essere ricomposta e ricreata con la placida serenità del dio, col distacco e insieme l’orgoglio di chi ha saputo generare la vita dal nulla.
DI MAGGIO – CAMONI
duetart gallery, vicolo santa chiara 4 / 21100 varese
tel +39 0332 231003 / www.duetart.com / info@duetart.com
da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30
Inaugurazione 17 dicembre 2005 ore 19
17 dicembre 2005 – 12 gennaio 2006
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