Se fossi assessore alla Cultura vorrei…

La fabbrica del programma dell'Unione ha chiesto ad associazioni e cittadini di immaginare il futuro culturale della Città Giardino

Le elezioni comunali sono alle porte e accanto alle strategie elettorali per la scelta del candidato, nel centrosinistra si parla anche di contenuti. L’Unione ha organizzato un ciclo di incontri per discutere sui possibili programmi futuri. Nella Sala interpreti e traduttori di via Cavour, Alessandro Alfieri ha coordinato una serata sul futuro della cultura in città,  a cui hanno partecipato associazioni, comitati e cittadini. A tutti gli intervenuti Alfieri ha posto la stessa domanda: «Se fosse assessore comunale alla Cultura che cosa farebbe?»

Dino Azzalin (medico chirurgo, odontoiatra, poeta, editore): Qualche mese fa Aldo Fumagalli mi chiese se volevo fare l’assessore alla Cultura. Io risposi di no, perché quella coalizione non mi rappresentava politicamente. Se io fossi l’assessore, ripartirei dalla scuola, dai luoghi fisici dove si fa cultura. Prendiamo la media inferiore Righi, dove ho studiato da ragazzo, ci passo davanti ogni mattina ed è un edificio decadente. Mi chiedo che cosa trasmettiamo ai giovani se l’immagine dei luoghi della cultura è così fatiscente. Nel Nord Europa le scuole vengono tenute meglio di banche e assicurazioni, perché lì è racchiuso il vero valore della società. Occorre una rifondazione non della cultura, ma del pensiero e dell’idea che si ha della cultura.

Marco Giovannelli (giornalista): Ci sono tre questioni da mettere al centro per il futuro di questa città: 1) Varese deve tornare a svolgere il ruolo di capologuo di provincia 2) nell’economia e nel sociale bisogna riprendere a governare alcuni processi sul territorio per far sì che gli investitori trovino interessante venire nella nostra provincia 3) bisogna riappropriarsi di alcune parole che la destra ha fatto proprie. In questa società non esistono solo conservazione, ansia e paura. Dobbiamo riprendere il cammino della fiducia e della speranza. Una Varese migliore esiste, bisogna solo farla emergere e per la cultura bisogna mettere in rete le varie esperienze, spesso troppo isolate. Occorre investire in un grande progetto che dia visibilità alla città. L’ex cinema Rivoli deve diventare una vera casa della cultura. Si potrebbe riprendere il vecchio progetto dell’amministrazione Fassa per un’Accademia delle belle arti che metta in rete i siti d’arte sul territorio.

Adriano Gallina (direttore organizzativo Fondazione culturale di Gallarate e direttore artistico del Teatro Verdi): Intendo la cultura come ambiente, come ecologia della mente, dove ci sia il controllo pubblico su un organismo che ha la sua struttura organizzativa e formale privata, più snella e meno burocratica. Il diritto alla cultura non deve essere inteso come un diritto al consumo. Mi piace ricordare Paolo Grassi quando diceva che il teatro pubblico  è un teatro d’arte potenzialmente per tutti. Se devo scegliere tra shakespeare e i Legnanesi, scelgo il primo. Inoltre una cultura di qualità in un ambiente culturalmente denso e qualificato stimola la capacitazione, ovvero crea le premesse per attirare risorse.  La cultura oggi richiede: 1) alti livelli di efficienza organizzativa 2) una politica culturale intesa come sistema culturale 3) un’azione per raggiungere il pubblico attraverso quel sistema, che potrebbe essere la rete.

Andrea Campane (funzionario assessorato alla cultura):  Mi piace citare uno scritto del 1945 di Silvio D’Amico dal titolo "Il teatro non deve morire". D’Amico invitava a non fare tabula rasa del preesistente, basandosi su pregiudizi politici e non sulle reali professionalità. Il rischio che oggi si corre è che come cambia il vento politico, si butti via tutto ciò che di buono è stato fatto. Se io fossi l’assessore alla cultura per prima cosa guarderei dentro la macchina comunale dove ci sono persone, donne e uomini, di grande  professionalità, che amano il loro lavoro. Io lavoro da 26 anni nella pubblica amministrazione. Un giorno qualcuno mi ha detto: «dovete essere come i gatti: affezionatevi alla casa, ma non al padrone».Come seconda cosa ridarei alla politica, quella vera e alta, la sua centralità perché nella cultura il pubblico deve essere l’elemento trainante. Se c’è una cosa che non si deve privatizzare – e farlo sarebbe una grande iattura – è proprio la cultura.

Libreria Abrigliasciolta (Ombretta Diaferia, Alessandro Gianni, Luca Traini, Alessandro Lazzaroni per i Cortisonici): Innanzitutto vorremmo un sindaco donna. L’assessorato alla Cultura non deve gestire, ma avere il ruolo di osservatorio e l’assessore dovrebbe stare alla finestra. Occorre un nuovo spirito più collaborativo perché è finita l’epoca delle prime donne. Sul territorio c’è un bel fermento, negli ultimi tre anni abbiamo assistito, e non solo nel cortile di Casa Perabò, ad un fiorire di iniziative a partire dai Cortisonici, concorso dedicato ai corti cinematografici che ha riscosso un grande successo (2000 persone in quattro serate), fino agli incontri sulla poesia itinerante. È una cultura che viene dal basso e non concessa dall’apparato. Varese deve rialzare la testa perché oggi rischia di essere schiacciata. Pensiamo solo al cinema con Busto Arsizio e il BA festival da una parte e Locarno dall’altra. Inoltre il passato e il presente  industriale di questa città sono importanti perché anche questa è la sua cultura, eppure non ci sono percorsi storici che lo raccontano.

Antonio Ginoviti (insegnante): Io vengo dalla Puglia e la mia famiglia vive a Varese da qualche anno. Quando ho saputo di questa iniziativa mi è venuto in mente l’esperienza che ho fatto nella mia provincia di origine (Foggia). Cinque comuni, tutti nel raggio di 20 chilometri, hanno dato vita ad un distretto culturale, mutuando l’esperienza dei distretti industriali. Attraverso un bando delle fondazioni bancarie, tra cui la Cariplo, siamo riusciti a finanziare un progetto che aveva come obiettivo la creazione di un polo museale che valorizzasse il patrimonio artistico-religioso di quelle terre, tra cui il recupero e l’esposizione di alcune pergamene, gli exultet, di cui ce ne sono 30 in tutto il mondo. Quell’esperienza è servita anche alla gente che si è riappropriata della loro storia fino a quel punto custodita gelosamente dalla Chiesa e da questa consapevolezza del cittadino nasce un valore civico importante.

Chicco Colombo (teatro stabile dei burattini di Varese): Se fossi assessore farei tre cose (dopo una breve prolusione in dialetto sul villaggio Cagnola della Rasa, pe r ribadire che il dialetto non è solo prerogativa della Lega Nord ndr): 1) una bella libreria per ragazzi, con spazi per gli insegnanti e libri stranieri 2) un teatro stabile per ragazzi con laboratori permanenti 3) un museo che si occupi dei bambini, dove sia possibile fare formazione alle maestre. I ragazzi e i bambini sono il futuro ed è incontro a loro che bisogna andare. Noi a Varese siamo l’unico teatro stabile che ha una produzione propria, a Cazzago Brabbia. Quando andiamo in giro per l’Europa con i nostri spettacoli, valorizziamo il nome della città di Varese senza che nessuno ci dia niente in cambio.

Giulio Rossini (Filmstudio 90): Occorre una redistribuzione minima delle risorse per chi fa cultura. Se fossi assessore farei un progetto culturale più legato alla realtà, noi con il cinema ci proviamo a condurre una battaglia sulle idee. Oggi i media non parlano più di alcuni temi come ad esempio il lavoro e non parlarne non produce cultura. Costruirei un ambito fisico dove è possibile vedere e dare voce a tutte queste realtà, dove sia possibile arrivare e attaccare una locandina o un manifesto. Mi chiedo sempre perchè in questa città non esista un luogo che simboleggi la sua memoria che non sia un aereo in una rotonda. Farei anche un museo delle idee futuribili.

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Pubblicato il 13 Dicembre 2005
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