Omicidio Meggiorin, chiesto il massimo della pena per Mnela
A provocare, secondo l'accusa, non sarebbero stati gli italiani, ma l'omicida e il suo complice minorenne
Trent’anni di carcere. E’ questa la richiesta del pm Tiziano Masini per Vladimir Mnela, il giovane albanese reo confesso di aver ucciso la notte dell’11 giugno scorso il barista Claudio Meggiorin a Besano. Per il momento la Corte non si è espressa: bisognerà attendere il prossimo 6 maggio, data nella quale comparirà dinanzi al tribunale dei minori di Milano anche l’altro aggressore del barista, Fatjon. Il rinvio è stato deciso dal giudice Giuseppe Battarino dopo un’udienza durata oltre quattro ore.
Il pubblico ministero Tiziano Masini ha chiesto il massimo della pena consentita dal rito abbreviato, vale a dire trent’anni senza attenuanti, con l’aggravante dei futili motivi e dell’induzione a reato di minorenne. L’avvocato difensore di Mnela, Marco Lacchin, ha invece puntato tutto sulla concessione delle attenuanti, innanzitutto la provocazione che i due albanesi, Mnela e il minorenne Fatjon
, avrebbero subito dai giovani avventori del bar di Meggiorin. Su questo punto i legali di parte civile, Luca Marsico, Attilio Fontana e Giovanni Grassi, sono di parere opposto: secondo la versione dell’accusa, infatti, la frase contestata, «albanesi di merda», non sarebbe mai stata pronunciata e dunque non ci sarebbe stata provocazione.
Nessun elemento nuovo è emerso dal dibattimento, se non la conferma dell’estraneità di Meggiorin alla presunta rissa scoppiata tra albanesi e italiani. Lo stesso Lacchin avrebbe ammesso che il giovane accoltellato a morte è intervenuto per sedare il diverbio. Al termine dell’udienza il pm Masini ha specificato che la provocazione sarebbe partita
dagli albanesi, che avevano un’acredine pregressa nei confronti degli italiani. In particolare Fatjon, il ragazzo minorenne che verrà giudicato tra un mese e che avrebbe avuto, secondo Masini, motivi di astio per cause affettive.
Presenti in aula i genitori e la sorella di Claudio Meggiorin, mentre all’esterno hanno atteso invano una sentenza definitiva alcuni amici e la fidanzata del giovane ucciso. Elisabetta Garruti, la mamma di Claudio, ha affermato di «non credere al pentimento di Mnela. È giusto che abbiano chiesto il massimo della pena: che volevate, che lo facciano passare per un angelo?».
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