Una ragazza del secolo scorso racconta
L'ultimo libro di Rossana Rossanda ripercorre im maniera raffinata gli ultimi cinquant'anni della storia italiana
In un’epoca dominata da un individualismo aridamente possessivo, l’autobiografia di Rossana Rossanda "La ragazza del secolo scorso", che ripercorre in forma letteraria decisamente raffinata l’intreccio di mezzo secolo di storia personale e collettiva, colora di tutt’altra luce i contorni di quello che lo storico inglese E. Hobsbawm ha definito il secolo breve.
Infatti, se il Novecento è stato un secolo di speranze e passioni intense, non sfugge a nessuno che l’esistenza di Rossanda non sarebbe stata la medesima senza l’adesione, la militanza e l’appartenenza a quel partito comunista che, nel bene e nel male, ha concorso in maniera determinante all’evoluzione e alla democratizzazione di un paese uscito, nonostante le pagine epiche della resistenza, affranto e disorientato dalla sconfitta del
nazifascismo.
Che poi la storia non si sia dispiegata come era nelle intenzioni dei resistenti e Rossanda non ne cela l’amarezza che la farà ripiegare "dal fare all’essere e dall’essere allo scrivere", ciò non toglie che lo stare sulla cresta dell’onda del susseguirsi di una catena di avvenimenti e di incontri con i maggiori intellettuali europei e non (Adorno, Lukacs, Sartre ecc.), fu sempre in corrispondenza con la limpidezza di una coscienza lucidamente e criticamente comunista.
D’altronde, trascorsa l’infanzia a Pola, in una famiglia d’origine borghese che subì le traversie economiche della crisi del ’29 e perciò la trasferì con la sorella a Venezia dagli zii, Rossanda scoprì precocemente il mondo della cultura, leggendo con entusiasmo a dodici anni "I Miserabili" di V. Hugo.
Successivamente la frequentazione dell’università a Milano le aprì le porte non solo di una interpretazione estetica e letteraria del mondo, ma anche di una visione politica della totalità: l’incontro con Antonio Banfi fu la chiave di volta dell’iniziazione al marxismo e dell’adesione al comunismo ed una delle pagine più liriche del testo.
Di lì, passando per la resistenza tra le colline del comasco e Milano, fu immediato l’approdo al partito comunista e nel ’48 alla direzione della Casa della Cultura, che a ragion veduta si può definire uno dei suoi maggiori capolavori politico – culturali. Ed è dall’immedesimazione nella vita del partito e nell’ansia di riscatto di quell’umanità che in esso si riconosceva, come portatrice di un’altra società nel paese, che Rossanda intuì l’essenzialità del partito come leva per il cambiamento del mondo, quando annota: "osservando quei visi, pensavo che a ciascuno la propria vicenda cessasse di apparire casuale e disperante. Non si tornava nei propri luoghi atomizzati"
Ma per uno di quei destini inscritti nella storia, la fusione con il partito evolverà per Rossanda in modalità tutt’altro che pacificate, nonostante diventi parlamentare e le venne affidata la nomina di responsabile nazionale della cultura del Pci.
Da un lato sul piano internazionale il rapporto Chrusciov e i moti d’Ungeria nel 1956, poi l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dell’URSS dilacerarono la coscienza di Rossanda attorno alle contraddizioni che si aggrovigliavano a est e quanto veniva "distillato" ad una base ritenuta immatura nel misurarsi con la caduta di un mito, in virtù di un irritante giustificazionismo storico.
Dall’altro sul piano interno dopo la stagione del centro sinistra l’esplosione nel ‘68/69 di un movimento operaio e studentesco che contestava la presunta neutralità e oggettività del progresso tecnico – scientifico e la riproduzione di classe del sapere, confliggeva con la cultura "socialdemocratica" e keynesiana che ormai permeava il PCI.
Al punto che il PCI e le organizzazioni sindacali si trovarono scavalcate regolarmente a sinistra, incapaci di comprendere le domande di senso che provenivano da una generazione che non accettava di rimanere confinata nella subordinazione della divisione del lavoro assegnata ai loro padri dal capitale.
Per Rossanda il rispondere a questa istanza di rivoluzionamento dei rapporti di produzione avrebbe necessitato di "un partito più classista, più marxista" e pertanto sollecitò con il gruppo radunatosi attorno alla rivista de "Il Manifesto" una riflessione del partito rispetto a queste novità, nonché per una via d’uscita da sinistra dalla stalinismo.
Ma il Pci aveva ormai imboccato la strada di un sterile moderatismo e preferì radiare la tendenza del gruppo del Manifesto, tacciandola di estremismo.
Perciò, per Rossanda la svolta della Bolognina ed il liquidazionismo che ne è conseguito si spiegano con "le scelte di quegli anni", pur rimanendo in cuor suo convinta che senza il partito non vi può essere alcun "assalto al cielo" e che il dichiararsi singolarmente comunisti è un fatto esclusivamente coscienziale.
Il diciassettesimo capitolo delle memorie di Rossanda si ferma inevitabilmente alla fine degli anni ’60 e poiché la narrazione autobiografica "ha il vantaggio di permettere un misto di verità soggettiva e narrazione storica", come ha osservato acutamente Lidia De Federicis, c’è da augurarsi che la nostra "Rosa" possa in un non lontano futuro diffondersi sagacemente sino all’oggi.
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Rossana Rossanda
La Ragazza del Secolo Scorso
Einaudi pag. 385
€ 18.0
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