AAA cercasi vita al dettaglio!
Aldo Nove mette la cravatta di Sordi e Villaggio nel libro "Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…"
«Sono circondato da uomini che non conosco, in un vecchio ascensore, in una gabbia di metallo che traballa durante l’ascesa. Sono vestito da impiegato o da operaio nei giorni di festa. Mi sono messo persino la cravatta, il colletto mi gratta, sudo. Se muovo la testa, il colletto mi gratta il collo, sudo. […] Penso che abbiano una missione da affidarmi, verifico se la mia cravatta è a posto e stringo il nodo. Vorrei trovare uno specchio per verificare anche de visu se la mia cravatta è a posto. Non puoi mica chiedere a un estraneo com’è il nodo della tua cravatta. Le cravatte delle altre persone che si trovano nell’ascensore sono impeccabili.
Tra loro alcuni sembrano conoscersi. Parlano piano di qualcosa di cui non capisco niente».
Nella citazione di Heiner Müller, che Aldo Nove colloca a pagina centosessantasei del docudrama italiano "Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…", è racchiusa tutta la tragedia di una generazione. La mia, la nostra, quella del nuovo Sordi-Villaggio che viene da Viggiù. Un testo che scorre proprio come un avvincente romanzo, di cui, però, conosci bene la trama e, purtroppo, anche l’epilogo. Se non i protagonisti.
L’estraniazione, la paura del non conosciuto, l’essere in un luogo claustrofobico, reso ancor più angusto dalle condizioni precarie, il dover apparire, sono solo alcuni degli aspetti che definiscono il nuovo profilo dell’Italiano medio.
Proprio come il "medico della mutua" di Sordi. Proprio come il "Fracchia" di Villaggio, che attraversa capitolo dopo capitolo quattordici storie, di cui sei femminili, dei trentenni che Nove descrisse in "Superwoobinda" dieci anni fa, come una generazione priva di futuro.
«Il futuro non è ancora arrivato. Siamo ancora tutti, nostro malgrado, dei bambini». Le centosettantotto pagine di "back-stage" delle interviste pubblicate da "Liberazione" tra il 2004 e il 2005 sono il tragico, ma non manzoniano, mondo che abbiamo ereditato, vissuto, contestato, interiorizzato e che oggi ci pone come "manovalanza intellettuale riciclabile come plastica" di un "feudalesimo di ritorno".
A chi mi chiede come mi guadagno da vivere, perché il termine "copywriter" suona abbastanza lontano, ho sempre risposto che sono una "prostituta intellettuale". E come tale faccio la creativa pubblicitario, il soldato dell’esercito della partita iva, il precursore della bolla del dotcom (nel 1991 divenni "autore di sistemi interattivi multimediali" ed a causa di ciò potevo spendermi solo all’estero!), schiava della legge Biagi nella mia compulsiva scrittura, lavoro un numero immenso di ore al giorno e penso a quelli che non possono farlo perché di lavoro non ce n’è.
Anche se in qualche modo mi sento fortunata, perché ho iniziato a lavorare subito dopo il liceo, ho inseguito i miei sogni prima e dopo la laurea e sono sempre stata "contro" le correnti che, comunque, mi attraversavano, mi ritrovo in questo ritratto dei "piccoli Italiani" .
E ne ringrazio Nove per averlo dipinto. A mano, artigianalmente, con sudore, entrando nella psicopatologia quotidiana che ti porta a credere alle grandi missioni, ma a diffidare di colui che in ascensore può sentire il tuo sudore.
Perché non ti senti a posto e la società del sospetto in cui sei cresciuto sembra parlare a bassa voce di qualcosa che non riesci a capire. Ma che conosci alla perfezione.
Aldo Nove ha rappresentato non il mondo del lavoro, ma la storia che abbiamo consentito di ereditare, proprio quando al liceo classico "Cairoli" i professori si permettevano di dire "voi siete la futura classe dirigente!".
In quel momento, proprio lì, hanno distrutto i nostri sogni, le illusioni, le idee, l’orgoglio della generazione di cui il giornalista-scrittore è portavoce.
Quel linguaggio, a metà tra la massoneria trasferita a Silicon Valley e forti radici brianzole, è quello che spiega il rapporto con il potere. Più ignorante e letale. Animale. Proprio quel linguaggio che "motiva" nel disagio le risorse umane, «parola curiosamente usata, tra l’altro, nei comunicati delle Br nel periodo di loro massima diffusione nella società italiana».
Le risorse, noi, che per un misto di rassegnazione e paura, ma anche per vigliaccheria, hanno, abbiamo, consentito che la flessibilità divenisse la bibbia del lavoro, che il mezzo divenisse messaggio.
«In definitiva siamo anche noi arbitri del nostro destino. È che tutti si lamentano, ma alla fine non rischia nessuno». È il profilo di uno dei quattordici quarantenni allo sbaraglio, tutti uguali, anche se individui diversi, che hanno ereditato un capitalismo di produzione e di consumo, che non c’è più, scontrandosi con il capitalismo di finzione, quello che si dovrebbe prendere cura delle sensazioni e del benessere fisico, di articolare la realtà stessa, producendone una nuova, purificata, come Verdù descrive in "Pianeta McTerra", il culturificio che Müller anticipa nel "Filottete" e che Nove-Sordi-Fracchia presenta come una "vita al dettaglio" in questa sinossi dei nostri quarant’anni.
Non importa, continuiamo. Grazie Aldo!
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Aldo Nove sarà presente DOMENICA 4 GIUGNO alle ore 21.00 ad "Amor di libro" con il musicista Vittorio Cosma per mettere in scena lo spettacolo "La nostra Itaca, musica e poesia".
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