«Così aiutiamo i bimbi libanesi»

Maria Zecchini, volontaria in Libano per Avsi, è bloccata a Varese a causa del conflitto che sta infiammando il pese dei cedri. "Vedere di nuovo le città bombardate, la gente in fuga, no, questo proprio non lo pensavamo possibile"

Il Libano, insanguinato da una nuova fiammata dell’eterno conflitto che oppone Israele ai popoli che lo circondano, porta i segni non solo di lunghe guerre intestine, ma anche quelli, positivi, dell’azione del volontariato italiano. A darne conferma è Maria Zecchini, varesina, da tre anni attiva in Libano per conto di Avsi.

"Mi trovavo qui in Italia in ferie quando è scoppiato questo nuovo conflitto", racconta Maria, che si sente fortunata ma anche un po’ in colpa pensando agli amici rimasti in quella che è ormai la sua seconda patria. "Certo in questi giorni vi sono state difficoltà con le comunicazioni, ma sembra che il personale italiano sia già a Damasco pronto a tornare a casa". L’attività di questi volontari in Libano è encomiabile, e discende direttamente dall’aiuto generoso di tante famiglie italiane verso bambini e ragazzi libanesi – un legame che idealmente risale nel tempo agli anni Ottanta, quando i soldati italiani furono inviati laggiù in missione di pace. Fra i compiti principali di Avsi, che opera in Libano dal 1996, vi è infatti il sostegno a distanza, ossia quella che viene talora chiamata impropriamente "adozione a distanza": in pratica si mantiene un ragazzino agli studi con modesti ma puntuali contributi in denaro. "Circa 1500 ragazzi sono attualmente aiutati attraverso Avsi. Si va da bambini agli inizi delle elementari fino a ragazzi che attualmente stanno frequentando l’università, dopo essere stati presi in carico già qualche anno fa – Avsi è attiva nel sostegno a distanza dal ’98".  Fra i giovani aiutati da Avsi vi sono non solo cristiani di varie confessioni (maroniti, armeni, ecc.) anche molti musulmani, che nel Paese dei cedri rappresentano ormai una maggioranza relativa della popolazione. Numerose le confessioni religiose in quello che è uno dei Paesi più complessi al mondo: "Forse ci mancano solo i drusi…" commenta Maria Zecchini. La maggior parte di questi giovani musulmani aiutati da Avsi vivono in zone o città a forte presenza dell’Islam, come la valle della Bekaa, nell’interno del Libano, o il tormentato sud, terra di conflitti striscianti e senza fine – Sidone, Tiro, città antichissime da cui gli astuti Fenici solcavano il Mediterraneo con le loro mercanzie.

"Il Libano è un Paese così ricco e complesso che ancora dopo tre anni posso dire che ogni giorno scopro realtà e prospettive del tutto nuove, e mi accorgo di non aver capito i più diversi aspetti di quella terra" spiega Maria a Varesenews. "Le differenze sono davvero sorprendenti: il centro di Beirut, ricostruito di recente, sembra quello di Lugano, poi basta spostarsi di poche centinaia di metri, nei quartieri più popolari, o visitare dei poveri villaggi di montagna, per ricavare un’impressione completamente diversa".

Il Libano, sorta di specchio del Medio Oriente, dei suoi drammi e della sua lunga storia riassunto in un’area non più grande dell’Abruzzo – e altrettanto montuosa – ha alle spalle decenni di guerra civile. I libanesi, tuttavia, rifiutano di chiamarla così: per loro quel che accadde fra il 1975 e il 1990 sono "les evenements", "gli avvenimenti" (il francese è ancora ampiamente parlato nell’ex dipendenza coloniale di Parigi, giunta all’indipendenza nel 1943). Certo oggi fa male pensare a chi è rimasto lì mentre le armi tuonano nuovamente, si spera per poco: "non mi sarei mai aspettata una cosa del genere" ammette la volontaria varesina. "Sapevamo che c’era fibrillazione in Libano, specialmente dopo la morte per un’autobomba del primo ministro Hariri, la protesta della gente, il ritiro delle truppe siriane. Ma di vedere di nuovo le città bombardate, la gente in fuga, no, questo proprio non lo pensavamo possibile, così da un momento all’altro".

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Pubblicato il 17 Luglio 2006
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