Fusione delle banche, non solo benefici

In questi anni, dice Ludovico Reverberi, i maggiori costi per riportare il sistema creditizio italiano a livelli europei sono stati pagati dai dipendenti e dalla clientela

Egregio Direttore,

in questi giorni si fa un gran parlare dell’accordo Banca Intesa–San Paolo Imi, e di quanto quest’accordo possa giovare al nostro paese. Alcuni economisti si sono spinti a dire, che come al solito gli unici ad esprimere preoccupazione sono i sindacati, che non comprendono come sia giusto sacrificare alcune centinaia di posti di lavoro per una maggiore efficienza del sistema a beneficio di milioni di consumatori.
Purtroppo, molti, sembrano ignorare la realtà dei fatti. A partire dagli anni 90, in Italia, vi sono già state tutta una serie di fusioni, tra banche, che hanno portato ai seguenti risultati:

              il numero di dipendenti bancari si è ridotto di circa 25.000 unità, meno 7%;
  il costo del personale è diminuito, portando il rapporto Costo del Lavoro/Ricavi dal 43%, del 1995, al 31% del 2005;
 i dividendi, delle aziende di credito, fatti 100 nel 1995, nel 2005 sono stati 360;
 i costi per la clientela, sempre dal 1995 al 2005, sono aumentati del 60%. 

Da questi numeri risulta evidente che, in questi anni, i maggiori costi per riportare il sistema creditizio italiano a livelli europei sono stati pagati dai dipendenti, anche in termini di pressioni commerciali,  e dalla clientela, che ha, anche, subito tutta una serie di scandali, a partire dai Bond Argentina per arrivare alla Parmalat.
Nella nostra provincia, tra Banca Intesa e San Paolo IMI, sono presenti più di 100 filiali e se, pur vero, che questo accordo giova all’Italia è altrettanto vero che vi sono alcune migliaia, non centinaia, di famiglie preoccupate per il loro futuro, per queste ragioni il nostro giudizio, rimane cauto in attesa di conoscere i dettagli del piano industriale e le ricadute per quanto riguarda qualità e quantità dei livelli occupazionali.
Ci auguriamo che i costi di questa aggregazione, non ricadano, sui soliti noti, lavoratori e clienti, e che i benefici non siano al solo appannaggio degli azionisti.
E’ tempo che la responsabilità sociale d’impresa, che non si esprime solo verso i propri azionisti, si concretizzi in qualcosa di diverso dal solito dibattito o convegno, e visto il profondo senso religioso degli attuali amministratori delle due banche, (è di pochi giorni fa l’intervento del presidente di Banca Intesa, Bazoli, al Meeting di CL), auspichiamo che questa sia la volta buona.

 

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Pubblicato il 29 Agosto 2006
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